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Francesco Mattioli
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- Quando un anziano è protagonista di un episodio di cronaca nera, il più delle volte si giudica che l’età avanzata possa essere all’origine del suo comportamento deviante.
Confortano, a questo riguardo, le spiegazioni che ne danno la gerontologia che la psicologia dell’invecchiamento.
Confortano, nel senso che ci permettono di rubricare – e di liquidare - quell’episodio come un atto di insensatezza individuale, liberandoci di qualsiasi senso di responsabilità sociale: d’altronde c’é una letteratura bimillenaria che raffigura l’anziano come uno scrooge bilioso e asociale che scarica sugli altri, e sui giovani in particolare, tutte le frustrazioni della sua tarda età.
Sul caso dell’anziano che si è ucciso confezionando una bomba destinata forse ad un vicino non abbiamo - e forse è giusto che non si abbiano - sufficienti informazioni per fare valutazioni di merito. Ma può essere una buona occasione per riflettere in generale sulla condiziona anziana.
Dal punto di vista sociale, l’anziano - e in specie l’anziano solo – è un soggetto a rischio. A rischio solitudine, ovviamente, ma anche a rischio emarginazione e persino a rischio convivenza.
Una decina di anni fa un’indagine sociologica della Sapienza di Roma indicava che gli anziani (over 60) hanno tre volte più probabilità di entrare in una lite condominiale rispetto ai soggetti più giovani.
Il motivo non risiederebbe tanto nel fatto che l’anziano diventa con il tempo più rigido, più asociale e più litigioso, quanto nel fatto che egli è una vittima facile, con minori strumenti di difesa a disposizione, e generalmente condannato dall’opinione pubblica per il suo tradizionalismo e il suo misoneismo che lo rendono di intralcio al cambiamento e al progresso.
Gli anziani sono le vittime pressoché predestinate degli schiamazzi notturni, delle feste di mezzanotte, dei locali con la musica a palla fino alle tre di notte, degli automobilisti che parcheggiano sui marciapiedi e davanti agli usci di casa, del teppismo giovanile; e i loro tormenti si raddoppiano d’estate proprio quando il clima gli rende già dura la vita.
Dall’indagine emergeva anche un particolare non secondario, anzi allarmante: che persino le forze dell’ordine talvolta sembrano considerare l’anziano una sorta di piantagrane, per cui nei loro pur lodevoli tentativi di conciliare le parti finiscono spesso per chiedere all’anziano una flessibilità mentale e una capacità di adattamento che non è più in grado di possedere.
In parte il problema sta nel fatto che la resistenza al cambiamento, nel caso degli anziani, talvolta li induce a mettersi di traverso anche rispetto a certi progetti di interesse collettivo, ad un'innovazione auspicabile e necessaria.
Ma non si tratta tanto dello scontro quasi inevitabile tra due mondi, quello più consumistico ed epicureo delle nuove generazioni, e quello più sopito e rinunciatario degli anziani, quanto del fatto che la nostra è una società sempre più individualista e competitiva in cui il debole è comunque destinato a soccombere.
Diceva Henri Tajfel, profondo conoscitore degli atteggiamenti umani, che l’uomo non deve mai essere messo all’angolo, senza speranza, perché quando non ha più vie di uscita riemerge la sua natura ferina e reagirà a morsi come un animale intrappolato.
Mentre Jean Jaques Rousseau sosteneva che le relazioni sociali devono condurre sempre ad un accordo di reciproco interesse, perché altrimenti non si crea la società degli uguali ma il predominio della legge della jungla.
Così, se degli anziani facciamo le vittime del progresso, se siamo tanto cinici e pragmatici da considerarli ormai fuori della realtà che conta, non solo creiamo ingiustizia e veniamo meno al rispetto che si deve comunque all’altro, ma provochiamo le reazioni scomposte di persone che talvolta non riescono più ad essere sufficientemente flessibili da sopportare un mondo che gli è sempre meno familiare e che gli sembra sempre più alieno e minaccioso.
Francesco Mattioli
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