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Viterbo - Don Salvatore Del Ciuco ricorda la sua figura in vista delle celebrazioni del 30 gennaio
Santa Giacinta, dall'amore tradito alla fede
Viterbo - 27 gennaio 2010 - ore 11,00

Don Salvatore Del Ciuco
Riceviamo e pubblichiamo - Il 30 gennaio si celebra a Viterbo la festa di S.Giacinta Marescotti. Presiederà una solenne concelebrazione alle 11 il vescovo di Viterbo, Lorenzo Chiarinelli.

L'avevano battezzata col nome di Clarice. Cresceva a Vignanello (Viterbo), dov'era nata nel 1585, nel Castello del padre, Marc'Antonio Sforza Marescotti. Sognava un principe azzurro che puntualmente arrivò: il marchese Paolo Capizucchi di Poggio Catino.

Ma il padre decise inaspettatamente di rinchiuderla a vent'anni nel monastero di San Bernardino, a Viterbo, mentre faceva sposare la figlia minore con il marchese.

La giovane, che aveva cambiato il nome in Giacinta, non accettò quella condizione: visse per dieci anni in due stanze arredate lussuosamente all'interno del monastero, partecipando alle preghiere soltanto formalmente.

Finché un giorno, mentre era malata gravemente, venne a visitarla un dotto francescano che, appena vide il lusso di cui si circondava, si rifiutò di confessarla rimproverandola aspramente.

Nello stesso periodo le morivano la madre, il fratello e la sorella Ortensia, che aveva sposato il suo principe azzurro.

Quella serie di avvenimenti la trasformò totalmente: accettò la sua condizione indossando una rozza tonaca e chiedendo perdono alle altre monache per il suo comportamento.

Andò a vivere in una nuda cella, ornata soltanto di una pesante croce cui si legava quando andava a dormire su un giaciglio di assi di legno. Nelle giornate invernali di tramontana si recava in giardino a pregare portando sulle spalle la croce e spezzando con i piedi nudi le lastre di ghiaccio per soffrire più intensamente.

Giacinta non era clarissa, ma terziaria francescana con voti semplici e perpetui, sicché poteva comunicare con l'esterno e ricevere visite.

Grazie a ciò riuscì a convertire un soldato di ventura, che scandalizzava la città con le sue imprese da dongiovanni, trasformandolo in un apostolo laico: insieme con lui fondò una confraternita per l'assistenza degli infermi, dei poveri e dei carcerati, i Sacconi, che esistono ancora oggi nell'Italia centrale: e poi gli Oblati di Maria, che costruirono e amministrarono un ospizio per anziani.

Morì il 30 gennaio 1640, giorno che è diventato la sua festa liturgica. Appena la notizia si sparse per la città, giunsero al monastero migliaia di persone per onorarla.

Ora il corpo si trova nella chiesa delle Clarisse, ma il suo culto è vivo in tutto il Lazio settentrionale e anche a Roma dove gli Sforza Ruspoli, suoi discendenti, vollero una cappella nella chiesa di San Lorenzo in Lucina insieme con due quadri di Simon Vouet (1590-1649) e uno di Marco Benefial (1684-1764).

A Vignanello, nella chiesa di Santa Maria, si conserva un celebre dipinto di Giuseppe Passeri (1654-1714) che ne dipinse il Transito.

Don Salvatore Del Ciuco

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