Riceviamo e pubblichiamo - Mamma mia, quasi quasi l’armata Brancaleone tornava da Barletta col bottino pieno… Quasi, quasi, però, giacché gli dei del Basket hanno voluto che alla fine, anche per il Santa Rosa, si esaurisse la vena dei miracoli. A far accadere il fattaccio una Tiber targata Lazio forte di un roster giovanissimo e tonico, che in giorno e orario da allenamento è riuscita nel finale ad avere la meglio sulla gerontocomi(c)a banda di coach Ugo Cardoni. Del resto il nostro grande capo, vista l’occasione, ha pensato bene di tenere a riposo praticamente tutto il pacchetto guardie (Petriglia, Incorvaia, Boschi e Migliorati si sono goduti una serata di calcio in HD) e il totem Sensini (impegnato a fare esercizi di nutrizione gemelli).
I superstiti, tra cui tutti i baby ’92 e ’93 della società, c’hanno provato sul serio, sfiorando una vera e propria impresa. Scene grottesche prima della palla a due: da un lato i biancorossi, in due file disordinate, con tiri iperbolici e velocità lumachesca; dall’altro i giovani biancoazzurri, che per riscaldarsi si fanno mezzo allenamento e fanno tintinnare spesso i ferri con più che occasionali bimani.
Ma quando si gioca è tutt’altra musica. Fatiganti cancella qualche lustro dalla carta di identità e si cimenta in fecondazioni assistite del macramé passando dalla porta posteriore; Coletta corre come un giaguaro spolmonandosi in difesa sui veloci portatori ospiti; infine, Corbucci maramaldeggia sull’arco, cercando il pertugio giusto per la stoccata buona. Il punteggio, però, resta sostanzialmente in equilibrio, giacché i ritmi imposti dalla Lazio sono alti e a rimbalzo, nonostante un generosissimo Rocchi, si paga sovente pegno. I vantaggi si alternano con oscillazioni minime (+/- 3 punti) fino all’intervallo lungo, dove la Lazio ha giusto il musetto avanti (44-41).
Nella ripresa si attende il crollo fisico dei nostri eroi, che invece, sorprendentemente, restano lì. Labate entra, scalda i motori e vede subito l’anello con un paio di veroniche da brivido; Giovagnoli, nonostante un paio di arance gli rotolino via dal cestello, garantisce difesa e profondità di gioco; Cannone, scrollatosi di dosso la naftalina, alza il braccino e ne segna tre; ma soprattutto, incredibilmente, il grande capitano Giovanni Cardoni, abbandonato lo scuolabus ai lati della strada, sale direttamente sul carro di Carnevale e fa ballare la Samba a tutto il pacchetto lunghi della Lazio, al ritmo incessante delle zufolate arbitrali (17 passaggi sulla linea della carità possono bastare?).
Certo, come possa un vegliardo alla soglia dei 41 anni, con elevazione massima paragonabile solo a quella dei primi aeromobili dei fratelli Wright e altezza dal piancito di appena 182 cm, mettere in fila cotanta splendida giovinezza è un segreto che forse solo la pastorella di Fatima custodisce; eppure, ogni palla toccata dal nostro si trasforma in numeri sul referto, conditi dalla disperazione dello staff locale. Se ci mettiamo pure che il generoso Rocchi si risveglia dal letargo e si fa alcuni bei viaggetti sul direttissimo lunetta-anello, ci ritroviamo sulla parità anche dopo trenta giri di lancetta.
Tuttavia, passando il tempo, il favore delle giacchette grigie sembra allontanarsi dalla nostra sponda e il nervosismo, fino a quel momento più che controllato (partita correttissima, del resto, fino alla fine) fa capolino qua e là, scaturendo soprattutto dalle non proprio rosee boccucce di Coletta e del professor Fatiganti. Quest’ultimo, in particolare, dopo l’ennesimo stupro subito da Cesare Cardoni nei pressi della metà campo, dove il difensore avversario lo palpeggia manco fosse sul 64 all’ora di punta, interviene ricordando bruscamente all’arbitro i commi del regolamento e si becca un legittimo fallo tecnico.
Il conseguente abbonamento alla linea non annichilisce però il Santa Rosa, che pesca ancora una volta il jolly dalle assi di pino della panchina. Infatti, chiamato all’esercizio del proprio dovere, Troili entra a testa a basta e, prima che si riescano a settare le coordinate spazio-temporali del navigatore, appare già a referto con un paio di penetrazioni da urlo. Man mano, però,che il roster dei viterbesi viene sfoltito a furia di sventolate della paletta dei cinque falli, si comincia a perdere il polso del malato, che viene definitivamente a mancare dopo una palla persa a centrocampo (e relativo, accluso, contropiede) che fissa il punteggio finale sull’89-83.
Quel che resta è una discreta impressione destata da un Santa Rosa non in formazione tipo, che nonostante l’età avanzata del pacchetto di mischia, riesce a reggere i ritmi di una partita giocata ai 90 punti. Certo, con qualche cambio in più e una difesa un pelino più stretta, magari Bertoldo e compagni (che hanno comunque ancora bisogno di lavorare per sfruttare al meglio il loro potenziale) avrebbero avuto un prosieguo di settimana meno piacevole.