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Stupro a Montalto di Castro - L'opinione del sociologo Francesco Mattioli
I figli “so piezz’e core”
di Francesco Mattioli
Viterbo - 29 ottobre 2009 - ore 4,10

Francesco Mattioli
- I figli “so piezz’e core”, si sa, e tutto si fa per loro.

Specie se sono maschi (tant’è che ancora si proclama: “auguri e figli maschi!”).

In una logica che va dal paleolitico fin quasi ai giorni nostri, pare che al giovane maschio in preda a tempeste ormonali debba essere consentito sfogarsi, esercitarsi nel potere sui deboli, i diversi e i subalterni, e in particolare sulle sueprede naturali, le donne.

Non si tratta di atti criminosi: quelli li compiono i delinquenti; i “bravi ragazzi” al massimo compiono “bravate”, quelle che da adulti ricorderanno un po’ con nostalgia, un po’ con malcelato orgoglio, e che forse suggeriranno ai loro figli, perché si comportino da “maschi”.

Così, farsi una canna, guidare alticci, fare a botte, stuprare fanciulle sono bravate che ogni maschio “con le palle” dovrebbe compiere per guadagnarsi il rispetto (rispetto?) della tribù. Sarebbe solo un innocente modo di “ruzzare”, come fanno tanti cuccioli di predatori.

Non sorprende, allora, che i “bravi ragazzi” siano difesi dalla tribù, specie se esiste una tribù che si regola sulle antiche abitudini risalenti all’età della pietra, e come tali considerate pressoché “naturali”.

Oggi si dà giustamente colpa alle famiglie – assenti, distratte, divise – di certi comportamenti giovanili; ma non basta.

Occorre anche risalire ad uno stato di intorpidimento civile, sociale e culturale che produce e giustifica la violenza, la prepotenza, finanche l’indifferenza e l’accidia intellettuale.

I sociologi e gli antropologi ritengono che ciò accada soprattutto quando si verifica il repentino passaggio da una società arcaica e patriarcale ad una società postindustriale consumistica e individualista: manca infatti la fase intermedia, quella industriale, che ha prodotto coscienza civile, desiderio di partecipazione, maturità sociale.

Nel Viterbese questo problema è disastrosamente diffuso, e rende prevedibili certi episodi di inciviltà, di arretratezza culturale, di solidarismo tribale; gli episodi di bullismo, di vandalismo, di teppismo, di violenza gratuita, di omertosità, di crassa ignoranza si ripetono fin troppo spesso: lo provano dati di ricerca, repertori giornalistici, informative di polizia, esercizi sul web ed esperienze quotidiane.

E’ in queste condizioni di arretratezza sociale e morale che vivono e crescono i “bravi ragazzi”; anche se certamente più bravi di loro sono coloro che ne ispirano e ne proteggono le imprese.

Diceva Cesare Beccaria che ogni punizione deve trasformarsi in educazione. Ma resta l’importanza della punizione.

Sempre più spesso l’opinione pubblica, di fronte a continui episodi di violenza, reclama a gran voce l’inasprimento delle pene.

Prima che questa vox populi si trasformi in un movimento giustizialista (e di inquietanti segnali del genere ce ne sono già a iosa), sarebbe opportuno che l’autorità giudiziaria si facesse carico di individuare e applicare a norma di legge, accanto agli auspicabilistrumenti di recupero, quei provvedimenti giustamente punitivi che facciano essi stessi da deterrente educativo contro ogni manifestazione di violenza.

Una violenza che, in un consorzio civile, non è mai giustificata e che oggi appare assolutamente necessario estirpare, soprattutto nelle giovani generazioni.

Francesco Mattioli
Professore ordinario di Sociologia nell’Università “Sapienza” di Roma

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