Riceviamo e pubblichiamo - Gentile dottor Galeotti,
sono un viterbese ormai da anni fuori sede e ho, per motivi di lavoro, giornalmente a che fare con il mondo della finanza e con quello bancario.
Ho letto, con interesse, l’articolo di uno dei vostri opinionisti, Renzo Trappolini, sulle Banca del Mezzogiorno e personalmente mi trovo in molti punti in disaccordo con lui.
Pur capendo le problematiche di fondo, ovvero la mancanza di credito a imprese in quelle aree dove manchi una direzione generale di una banca, rimango però stupito dalla tendenza a chiedere o approvare strumenti che, in passato, non hanno portato a risultati tangibili, se non, troppo spesso, a disastri (Cassa del Mezzogiorno e Partecipazioni Statali in primis).
La validità di un progetto imprenditoriale si dovrebbe basare sull’idea e sull’innovazione (di prodotto, di processo, distributivo, ecc.) che permetta a coloro che, a diverso titolo (azionisti, obbligazionisti, banche), mettono a rischio il loro capitale di ottenere, in cambio, un ritorno che vari a seconda della rischiosità del capitale stesso.
Questo è quasi sempre stato vero in tutte quelle economie di stampo “capitalistico”, parola che spesso evoca fantasmi che spesso non esistono. Molto spesso, per contrapporsi a questo sistema, si utilizza spesso e troppo a sporposito l’aggettivo “sociale”, col grosso rischio di sfociare nel “socialismo”, i cui fallimenti storici, accompagnati da tragedie, sono ben noti.
Tra i tanti settori meritevoli di intervento diretto statale, personalmente ritengo che quello bancario non faccia parte di questo gruppo, se non in situazioni di particolare eccezionalità, come crisi economiche profonde (la Grande Depressione del ’29 e quella recente dei subprime) o periodi da dopoguerra (fortunatamente scongiurabili, ma vorrei solo ricordare l’importante caso di Mediobanca, creata dai capitali delle allora Bin, Banche d’ Interesse Nazionale, allora banche pubbliche).
L’opinione di Trappolini fa anche un piccolo cenno al fatto che esistono realtà, seppur più piccole (Banche Popolari, Casse di Risparmio e Bcc), con direzioni generali nel centro-sud.
Dove vanno la maggior parte degli impieghi di queste realtà? La gran parte in mutui ipotecari sul territorio (cosa positiva), ma la percentuale di impieghi ad aziende locali è indubbiamente troppo bassa, in certi casi fatica ad arrivare al 20-25% degli impieghi totali.
Eppure queste sono realtà ben radicate nel territorio. Ha quindi ragione Trappolini? Per me no e i motivi di ciò sono, secondo me, duplici: da una parte, troppa avversione al rischio da parte degli uffici credito di queste banche, spesso e soprattutto per poca conoscenza di questi business, dall’altra, la valutazione del progetto stesso da finanziare.
Sul primo punto la soluzione è più facile di quello che si creda. Con l’informazione quasi gratuita ed efficiente di internet, non dovrebbe essere difficile trovare realtà pronte a finanziarie progetti validi, soprattutto con capitale di rischio (e mi riferisco soprattutto a fondi chiusi o realta’ del private equity).
Sul secondo punto, se il progetto stesso è, di per sé, scarso è giusto non finanziarlo e non sarebbe la Banca del Mezzogiorno la cura di un male all’ origine, cosi’ come la Cassa del Mezzogiorno e altre realtà non hanno davvero curato (visto che se ne discute ancora) il male passato.
A volte però la valutazione può essere inficiata da altri fattori, quali, ad esempio, le carenze infrastrutturali (strade, collagementi ferroviari/aereoportuali, ma anche burocrazie locali e, come diro’ dopo, carenze universitarie), su cui sarebbe meglio, rispetto ad una banca statale, dirottare i fondi pubblici al fine di poter rendere le imprese del luogo più competitive.
E qui potrebbero entrare in aiuto sia le amministrazioni comunali, provinciali e regionali, ma anche l’università.
Manco da molto, attivamente, da Viterbo. So che la locale università è ben considerata e di ciò me ne compiaccio. Ma se non vado errato, non esiste, a Viterbo, una facoltà di Ingegneria.
Com’è possibile creare un avanzato settore industriale in un’area mancando l’input accademico industriale? A chi è scettico, consiglio di guardare al caso di Torino, non tanto per i risultati finali, ma per come la collaborazione università, amministrazioni locali e tessuto cittadino abbia permesso a quella realtà territoriale di staccarsi sempre di più dalla dipendenza occupazionale della Fiat, creando, in partnership con il Politecnico locale, realtà molto interessanti.
Da esperienza nel cambio bancario/finanziario posso assicurare una cosa: se il progetto è valido, state tranquilli che i soldi arrivano da qualsiasi banca di ogni longitudine e latitudine.
Fabio Foschi