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Valerio De Nardo
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- La vicenda della Innse, l’azienda milanese che stava per essere smantellata ed è stata poi invece comprata da un altro gruppo per garantirne la continuità, sta facendo scuola. In diverse parti del Paese la lotta degli operai che, con il loro impegno e loro mobilitazione, hanno preservato “dentro” il mercato il loro futuro e quello di un pezzetto del loro territorio si sta riproponendo.
Persone che difendono il proprio lavoro, la fabbrica, il sapere e il saper fare tornano a proporre un protagonismo che sembrava sparito dentro la desertificazione sociale.
Dopo l’estate in Italia scadranno per molte realtà (anche a Civita Castellana) le 52 settimana di cassa integrazione. Potrebbero non riaprire molte fabbriche e il rinculo della crisi, dalla finanza alla produzione, potrebbe scaricarsi sull’occupazione e, a catena, sulla tenuta sociale.
Potrebbe essere un autunno caldo e potremmo vedere emergere dalle nebbie le tute blu. La Canalis e Clooney potranno pure essere un argomento interessante, ma la condizione materiale di vita di milioni di persone che rischiano di non poter andare avanti, di non poter offrire un futuro ai propri figli mi pare un elemento oggettivamente più importante.
Se si genera nuovo conflitto sociale, non scandalizziamoci, dunque, non gridiamo ai comunisti che vogliono sovvertire il sistema. Guardiamo piuttosto alla realtà, che non è fatta solo di veline, tronisti e calciatori, ma soprattutto di tornitori, saldatori, cucitrici, operatori dei call center, insegnanti precari e chi più ne ha più ne metta.
Peraltro nell’ultimo periodo tutti i più grandi economisti, i principali organi istituzionali, le più importanti organizzazioni internazionali hanno parlato di un imminente fine della crisi economica mondiale, con una lenta e graduale ripresa dell’economia globale a partire dalla fine del 2009.
Tutti tranne uno, forse quello che ha oggi maggiore credibilità: Nouriel Roubini, professore della New York University, divenuto famoso per essere stato il primo ad aver previsto la crisi finanziaria che ha devastato l’economia mondiale. A suo parere ci sono infatti seri rischi di una ricaduta, ovvero di una seconda recessione.
Si parva licet a mio parere non si potrà guardare a uno sviluppo armonico e duraturo se non ne cambieranno le stesse fondamenta: se non si uscirà dalla civiltà dei combustibili fossili per andare verso le energie rinnovabili e la produzione diffusa; se non si privilegeranno le produzioni agroalimentari di “filiera corta”; se non si favoriranno i consumi collettivi e immateriali (salute, sapere, socialità) e le infrastrutture strategiche (assetto idrogeologico, interventi antisismici) rispetto ai consumi individuali di massa ed alla cementificazione senza limiti; se non si metterà la museruola alla speculazione finanziaria.
Ha ragione il poeta Zanzotto quando descrive il nostro modello di sviluppo attuale come “progresso scorsoio”, molto più drastico e pericoloso della scomparsa delle lucciole denunciata decenni fa da Pier Paolo Pasolini.
L’intellettuale francese Serge Latouche parla di “decrescita” come via di uscita dalla dittatura del Prodotto Interno Lordo.
Qualcuno dice che si tratta semplicemente di tornare al buon senso, alla sobrietà e alla parsimonia dei nostri nonni.
Io non so come chiamare questa necessità, ma so per certo che non usciremo dalla crisi attraverso la porta girevole dalla quale vi siamo entrati.
Valerio De Nardo
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