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Viterbo - Mostra nazionale d'arte
Antiquaria alla scoperta dei tesorid ell'ex tribunale
Viterbo - 29 ottobre 2008 - ore 16,00

- La XXVIII edizione de L'Isola del Tesoro - Antiquaria 2008 rappresenta per i viterbesi molto di più di una semplice mostra mercato, seppur di livello nazionale.

E' l'occasione per riappropriarsi di uno dei tanti suggestivi palazzi del centro storico, di una struttura che, negli ultimi tre secoli e fino a pochi anni fa, quando il Tribunale di Viterbo venne trasferito altrove, ha segnato i ritmi della vita cittadina.

Da una ricerca realizzata dall'architetto Saverio Sturm, sappiamo che l'attuale sede della rassegna antiquaria, situata nella centralissima piazza Fontana Grande, risale al 1640 quando venne costruita per ospitare la sede dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi, già operante in città da almeno un decennio.

Nel secolo successivo, attorno al 1770, i primi interventi di restauro grazie ad alcuni benefattori tra cui Bartolomeo Casini Pettirossi (il cui nome appare nell'iscrizione di facciata della chiesa dedicata ai SS. Giuseppe e Teresa), Pietro Brugiotti, Clelia Signorini e altri.

Soppresso dalle truppe napoleoniche nel 1810, il convento tornò in seguito, ampliato attraverso l'acquisto delle case circostanti poi demolite, ai religiosi. Di pregevole fattura i dipinti conservati un tempo all'interno della chiesa, tra cui quello del viterbese Giovanni Francesco Romanelli, morto nel 1662 e proprio al suo interno sepolto.

Con l'unità d'Italia, l'edificio venne destinato ad ospitare il Palazzo di Giustizia e subì importanti sconvolgimenti. Tra i più significativi, quello rivolto alla chiesa, in seguito divenuta aula per le udienze penali, per dare maggiore luminosità alla quale venne abbattuto il campanile e il soprastante lanternino della cupola. Il nuovo Tribunale venne inaugurato il 22 maggio 1886. Molti i processi svolti al suo interno.

Tra i più famosi, ce ne danno notizia Angelo La Bella e Rosa Mecarolo nel loro saggio “Tiburzi senza leggenda”, quello, appunto, alla banda Tiburzi, quello Cuocolo contro la camorra napoletana (1911-1912), quello contro la banda Giuliano per la strage di Portella della Ginestra (1951-1952), quello contro Gaspare Pisciotta, e, infine, in anni più recenti, quello contro i terroristi di Prima Linea.

Basta recarsi all'interno della chiesa per farsi un'idea di come tali processi venivano svolti. Appena entrati ci si trova di fronte a ben due scritte con il classico motto “La Legge è uguale per tutti”. Ai lati le “gabbie” degli imputati: sulla sinistra quelli meno pericolosi, sulla destra quella per i cosiddetti sorvegliati speciali. Da notare, alla base di quest'ultima, i due fasci littori in ferro nascosti sotto delle colonnine in legno a seguito delle mutate condizioni politiche.

Per arrivare in aula gli imputati dovevano attraversare una sorta di cunicolo, oggi utilizzato come spazio espositivo, lungo il quale si aprivano massicce porte in legno con tanto di catenacci e spioncino. Singolare la cella dove i malviventi attendevano il verdetto.

Si tratta di una delle cappelle laterali della chiesa con la volta ad arco pregevolmente affrescata. Sul pavimento, invece, la botola in peperino, con tanto di teschi incisi, attraverso la quale si accedeva al piccolo cimitero della chiesa. Una specie di “inferno e paradiso” per i poveri detenuti in attesa del giudizio. Al primo piano, infine, la Corte d'Assise.

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