- Riceviamo e pubblichiamo - E’ l’ultimo arrivato nella famiglia dei tanti turismi che enfaticamente sono elencati in convegni e tavole rotonde di settore.
Quindi, non solo turismo archeologico, balneare, montano, scolastico, enogastronomico, termale, religioso, congressuale, del trekking, dei centri storici, del fine settimana e chi più ne ha più ne metta, ma d’ora innanzi anche “integrato”.
Cosa vuol dire? Una località balneare che accusa defezioni nella domanda - viene ripetuto in vari convegni - si dovrebbe alleare con altri paesi dell’entroterra per fare “turismo integrato”.
A noi sembra un modo di rinviare la soluzione dei veri problemi come la vivibilità di una località, grande o piccola che sia, i mezzi viari per raggiungerla, la sicurezza, il decoro urbano, la protezione dell’ambiente, la competitività dei servizi, l’efficienza nella raccolta dei rifiuti urbani, i collegamenti interni, la professionalità negli alberghi e nei ristoranti, la fruibilità dei monumenti, l’accoglienza e via discorrendo.
Sono questi i temi che dovrebbero impegnare le amministrazioni pubbliche e non la stucchevole, compiaciuta e fine a se stessa elencazione dei turismi.
E’ forse utile ricordare che la domanda turistica per sua natura è necessariamente complessa (lo è sempre stata) e che altrettanto complessa è l’offerta.
Non si può pensare di favorire uno dei cosiddetti “turismi” senza tener d’occhio gli altri.
Anziché impegnarsi in stucchevoli esercitazioni dialettiche per trovare nuovi e suggestivi aggettivi,sarebbe molto più pratico e utile se a ogni livello (dai comuni, alle regioni, al governo) ci si rendesse conto che il turismo è per sua natura è “integrato” e che ha assoluto bisogno di concrete politiche trasversali fra tutti settori produttivi.
Ma questo è più difficile.
Vincenzo Ceniti (Union Turismo)