Riceviamo e pubblichiamo - Simpatica rilettura in chiave moderna della Divina Commedia, quella che emerge dalle dichiarazioni del consigliere Santucci sul precariato della provincia.
Almeno stavolta non si può dire che la politica non abbia perseguito un nobile intento nell’alimentare l’immortalità di un grande come Dante Alighieri.
C’è da rilevare, però, rispetto alla versione originale uno stravolgimento dell’impiantistica del poema che, se applicato alla piaga del precariato, rimane solo commedia con niente di divino.
Non lo si potrebbe definire altrimenti se è vero, come sostiene il consigliere Santucci, che la strategia adottata in tema di politiche del lavoro è quella “di imbarcare precari senza alcuna selezione a monte o a valle, diventata regola, non eccezione. E solo come forma di soddisfacimento di bacini elettorali o parentali”.
Al di sopra delle reali esigenze dell’ente e “usando tutto l’avanzo di amministrazione per circa 1.800.000 euro all’anno”.
Il povero Dante si starà mangiando le mani davanti a un simile spreco di materiale per quello che sarebbe potuto essere il suo secondo grande capolavoro.
Dopo Il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno, delle segreterie politiche, degli interinali e dei precari delle cooperative, chissà quale poema struggente avrebbe potuto scrivere sul mare disperato di disoccupati, senza nemmeno la speranza di ricevere la grazia, rimanendo fuori dai giri più o meno divini del precariato.
E sì, perché accanto a quelli che sperano di essere stabilizzati, ci sono anche quelli che non avendo parentele o conoscenze di prestigio devono far conto solo su se stessi, affidandosi alle proprie capacità in una società in cui la meritocrazia viene ricordata solo negli slogan elettorali.
Il precariato è un problema che nasce da lontano, ma soprattutto è un argomento su cui deve essere fatta chiarezza. Non è un mistero che soprattutto negli enti pubblici spesso una domanda stabile di lavoro venga soddisfatta con contratti a termine, che vengono poi rinnovati all’infinito a personale che, nonostante si definisca precario, finisce così con il confermare la propria presenza in maniera durevole all’interno dell’organigramma.
Ma questo deve essere tenuto ben distinto dal resto. Dal superfluo. Inventato dalla politica per scopi suoi propri, e i cui costi vengono scaricati sulla collettività.
Se la politica vuole riavvicinarsi alla gente, forse dovrebbe cercare altri argomenti per sostenere le cifre del proprio consenso elettorale.
Potrebbe ad esempio dedicarsi di più alla letteratura, e insieme alla Divina Commedia, rispolverare anche la Costituzione Italiana nel punto in cui si riconosce “a tutti i cittadini il diritto al lavoro con l’obbligo di promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.
Magari tramite regolari concorsi che garantiscano a tutti le stesse opportunità di ingresso nel mondo del lavoro, in base alle capacità e alla preparazione professionale. Ma nella Patria del Festival di Sanremo, l’interesse per la letteratura forse rimarrà un sogno impossibile, e alla fine dovremo rassegnarci pure al Festival del clientelismo.
Free Foundation di Viterbo