- Diciamola tutta.
Il bizzarro, divertente fraintendimento consumatosi intorno alle (ormai non più) “misteriose e inquietanti” gigantografie realizzate dall’artista lombardo Abbominevole nell’ambito della rassegna “Cantieri d’arte 2006 ridisegnare i luoghi comuni” ci insegna una morale della quale sarebbe bene far tesoro, se veramente desideriamo una città più aperta, più ospitale, più bella e più felice.
Messo in conto il carattere troppo spesso autoreferenziale di certa arte contemporanea.
Messi da parte, positivi o negativi che siano, i nostri giudizi o pregiudizi sugli interventi murali realizzati da Abbominevole. Beh, la morale di tutta la faccenda a me sembra questa: a Viterbo si interessano di arte contemporanea solo Digos e Cev. Indagini poliziesche da una parte, pulizia delle strade dall’altra.
Si converrà (con tutto il rispetto per poliziotti e operatori ecologici, che comunque semplicemente e onestamente svolgono il loro lavoro): in una città la cui università annovera da ormai tre lustri una facoltà di Beni Culturali non è il top.
Mentre a Barcellona si portano gli studenti delle scuole dell’infanzia a giocare al museo Picasso o alla fondazione Mirò (non se ne abbiano, Picasso e Mirò, per l’improvvido accostamento della loro opera a quella del D’Auria, in arte Abbominevole…).
Checché se ne pensi l’arte contemporanea (certo: opportunamente contestualizzata nei luoghi di una piccola comunità come la nostra, opportunamente valorizzata) esprimerebbe un bel potenziale pedagogico, di crescita culturale e identitaria.
Ricchezza. Perché no? profitto. Basterebbe un pizzico di saggezza e di apertura mentale.
Perché non provarci?
Antonello Ricci