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Gabriele Lavia in scena
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- Teatro dell’Unione di Viterbo
Spettacolo inaugurale della stagione di prosa 2006-2007
Mercoledì 1 novembre 2006 ore 21,00 (Turno A)
giovedì 2 novembre 2006 ore 21,00 (Turno B)
Teatro di Roma
diretto da Giorgio Albertazzi
Gabriele Lavia
in
Memorie dal sottosuolo
da Fëdor Dostoevskij
adattamento e regia Gabriele Lavia
scena Carmeol Giammello, costumi Andrea Viotti, musiche Andrea Nicolini
luci Giovanni Santolamazza
con Gabriele Lavia, Pietro Biondi, Euridice Axen
Dice Lavia: “Dostoevskij, con Shakespeare e Strindberg, è uno dei miei autori preferiti; purtroppo però non ha scritto per il teatro e se lo vogliamo mettere in scena dobbiamo costruire una drammaturgia… Questo racconto cercavo di adattarlo già da diversi anni. Ora sono riuscito a trasformarlo in un pezzo di teatro autonomo.”
Scritto nel 1865, il romanzo di Dostoevskij (sorta di confessione, resoconto scritto in prima persona) indaga la psiche tormentata e i meccanismi perversi della mente dell’“Uomo del sottosuolo”, un giovane impiegato inconcludente, a disagio con se stesso e in collisione con la società, isolato, con una vita di relazione inconsistente; un “…uomo malato, un uomo cattivo, un uomo che non ha nulla di attraente, ripugnante in sommo grado…” come si autodefinisce il protagonista nell’incipit del romanzo. Gabriele Lavia dà vita ad un personaggio spietato e patetico nello stesso tempo, a volte comico, grottesco o ridicolo. Con lui interagiscono sulla scena la giovane prostituta Lisa (Euridice Axen) e il domestico Apollon (Pietro Biondi).
Lisa è il simbolo dell’innocenza perduta e della possibilità di redenzione grazie all’amore (“Quando si ama vale la pena di vivere anche senza essere felici - le dice l’Uomo del sottosuolo . La vita è bella per la ragione che si ama. Anche nel dolore, se si ama, la vita è bella. In qualunque modo si viva, se si ama, vale la pena stare al mondo… Basta amarsi”. E più avanti: “dove non c’è amore, non c’è niente”, “L’amore è un mistero divino”).
Apollon, di cui l’Uomo del sottosuolo vorrebbe liberarsi ma non può, non parla ma recita salmi, lo domina e tacitamente lo rimprovera, rappresentando in effetti la sua coscienza.
La scena di Carmelo Giammello è dominata dalla neve, una neve surreale di cui persino gli interni sono pieni, una “neve fradicia” che circonda i mobili, un “cancro nevoso” che sembra voler invadere tutto. Il colore è un monocroma grigiastro, come se tutto fosse ghiacciato, un freddo marcio e fangoso che sembra riflettere in sé il male del mondo che poi, conclude Lavia, è la mancanza di amore.
I costumi sono di Andrea Viotti, le musiche di Andrea Nicolini, le luci di Giovanni Santolamazza.
“Per “Sottosuolo” Dostoevskij intende una particolare condizione umana: la condizione dell’uomo solo, escluso dal consorzio umano e ripiegato su se stesso.
La solitudine è la sua malattia ed essa porta con sé l’indifferenza, l’astio, il livore, l’odio nei confronti di tutti gli altri. Sono questi sentimenti che fanno del “Sottosuolo” il vero inferno sulla terra, inferno alle cui pene i dannati si sottomettono come per una oscena fatalità e con un senso chiaro e vivissimo della propria Colpa, trascinati da una assurda esaltazione.
Questo mio “adattamento” per il palcoscenico si fonda sull’ultimo episodio con cui si chiudono le Memorie dal sottosuolo.
E’ un episodio emblematico, una specie di metamorfosi dello stato in cui versa il protagonista che va incontro a un avvenimento di fondamentale importanza: l’appuntamento con una donna.
Non una donna qualunque: la donna di tutti… la prostituta.
In questa “ultima scena” ho cercato di introdurre le confessioni che fanno impietosamente luce sugli angoli più bui e sudici del “sottosuolo” del protagonista e che occupano la prima parte nel racconto di Dostoevskij.
L’angosciosa ammissione del suo fallimento, col potente, oscuro senso di colpa, è il tema che fa da sfondo all’ultimo incontro, o forse il primo di una nuova fase della vita di quest’uomo: l’incontro con una creatura femminile, una giovanissima prostituta: personaggio che è spesso di scena nella invenzione letteraria di Dostoevskij.
L’incontro fra l’uomo e questa giovane donna è fallito in partenza per il muro di disprezzo che egli mette tra sé e la “donnaccia”…
Dall’immaginario dell’uomo emerge infatti una fantasia distruttrice e vendicativa che fa della creatura che gli sta davanti il capro espiatorio delle proprie umiliazioni: diventa l’oggetto su cui scagliarsi con tale crudeltà da ferirla profondamente e macchiarsi di una colpa insanabile.
“Mi avevano umiliato per tutta la vita, e anch’io ho voluto umiliare”.
Gabriele Lavia