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Sergio D'Angelo
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- “Pasternak sapeva benissimo che la sua opera, così com’era, senza modifiche, non sarebbe mai stata pubblicata in Unione Sovietica. Così tramite me l’ha consegnata a un editore comunista, cosa che avrebbe potuto dargli delle attenuanti di fronte al regime”. Lo scrittore Sergio D’Angelo ha presentato l'altro ieri sera nella sala conferenze di Palazzo Gentili “Il caso Pasternak. La persecuzione di un mito” (Bietti editore), facendo luce sullo scandalo della pubblicazione de “Il dottor Zivago”, sull’anteprima mondiale in Italia nel novembre del ’57, e sulla reazione del Cremlino quando all’autore fu assegnato il premio Nobel per la letteratura. Un’iniziativa organizzata dalla Provincia che ha visto la partecipazione del presidente Alessandro Mazzoli, dell’assessore alla Cultura Renzo Trappolini e dei docenti di Storia contemporanea all’Università della Tuscia Leonardo Rapone e Maurizio Ridolfi.
Quella di D’Angelo è stata una testimonianza diretta degli eventi: fu lui infatti il protagonista del passaggio del dattiloscritto dalle mani di Boris Pasternak a quelle di Giangiacomo Feltrinelli. “Questo libro ha detto Mazzoli ci aiuta a scoprire una vicenda del ‘900 particolarmente complessa. Dentro non c’è infatti solo la storia dell’Unione Sovietica ma anche elementi di analisi, libertà sacrificate, il tentativo di sottomettere l’impegno intellettuale ai fini del regime”.
Trappolini ha ripreso alcuni passaggi del lavoro di D’Angelo. Uno di questi è particolarmente significativo: si tratta delle ultime parole, quelle che lo chiudono. “Per il regime sovietico il caso Pasternak non è stato solo un grosso smacco: è stato il primo mattone strappato a una diga”. “Leggere questo libro mi ha portato a meditare su quegli eventi. Credo però ha sottolineato Trappolini che quel primo mattone lo abbia tolto proprio D’Angelo”.
L’autore infatti in quel periodo lavorava a Mosca in qualità di inviato del Pci nella radio sovietica. Facendo pubblicare “Il dottor Zivago” in Italia contrastato nell’Unione Sovietica poiché considerato diffamatorio nei confronti del sistema - ha in qualche modo superato l’ostracismo dell’Urss verso l’opera, culminato con le pressioni per far rinunciare Pasternak al premio Nobel per la letteratura.
Rapone e Ridolfi si sono soffermati anche su altri aspetti descritti nel “caso”. “Il passaggio del dattiloscritto ha detto il primo - sembra quasi una storia di spionaggio. Pasternak era costretto a scrivere lettere a Feltrinelli utilizzando certi toni, salvo poi rettificarli subito dopo in maniera non ufficiale. Pubblicando “Il dottor Zivago” in Italia l’editore perseguì un successo personale, impedendo però il soffocamento dell’opera. E D’Angelo fu la chiave di volta di questo processo”. “E’ interessante ha spiegato il secondo constatare il contesto il cui si inserisce il caso, un clima di guerra fredda tra Urss e Usa. In seguito si cercò anche di riabilitare Pasternak, un tentativo però fallito e andato in porto solo con l’arrivo di Gorbaciov”.
Infine la parola all’autore. “Pasternak non era uomo politico: con lui anch’io parlavo di tutt’altre cose. Il perché della nostra amicizia? Gli davo l’idea di una persona pulita. E poi lui desiderava che l’opera, rimasta nel cassetto per ben tre anni, vedesse la luce. Intuiva infatti che in Urss, così com’era, non sarebbe stata mai pubblicata”. Pur non approfondendo la lettura de “Il dottor Zivago”, D’Angelo volle mandare in porto l’operazione passandolo a Feltrinelli. “L’editore non aveva mai sentito parlare di lui e io non sono certo un critico letterario. Ma sapevo bene che Pasternak era un grandissimo poeta. Ebbi occasione di sfogliarlo di sfuggita e capii subito che si trattava di qualcosa di importante. Un’opera ha concluso D’Angelo - scritta in forma poetica di prosa”.