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Sandro Mancinelli
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Riceviamo e pubblichiamo
- Basta polemiche e dietrologie. So bene che questi ingredienti sono, oltre le notizie ed i fatti, il sale ed il pepe di una pubblicistica che necessita di titoli forti e stuzzicanti. Al vero nella ricerca di visibilità e protagonismi il ceto politico, spesso e volentieri accondiscende grato. Per cui ad ognuno il suo, e mi pare poco credibile lamentarsi da commensali del tavolo apparecchiato.
Al più potrei rammentare che la regola dei voti difformi non s’è inaugurata in queste settimane, e su questioni ben più corpose: cito la riorganizzazione dei servizi pubblici, i piani Peep, ad esempio. E non c’è da escludere che possa ripetersi ancora.
Nel merito mi preme ricondurre il confronto allo specifico:
Commissione urbanistica: i Ds hanno posto, in maniera motivata e trasparente, la questione dell’alternanza all’interno della coalizione. La Margherita ha avanzato legittimamente una richiesta di continuità.
Una intesa mancata non poteva che affidare consapevolmente al voto, secondo regolamento e rispetto dei ruoli politici del Consiglio, l’esito di una scelta non rinviabile.
Ampliamento Buon Respiro: rimando ad una lettura attenta dei verbali delle quattro commissioni e della seduta del Consiglio per comprendere la complessità e la problematicità di una discussione che difficilmente può essere ricondotta a schemi e schieramenti definiti e soprattutto precostitutiti.
Altrimenti mi resterebbe incomprensibile la necessità di un confronto serrato e mai scontato in tutte le sedi. Abbiamo privilegiato e insistito perché il confronto e l’approfondimento si concentrasse sulla concretezza delle cose, evidenziando il fatto che la necessità di un intervento su Villa Buon Respiro prendeva le mosse da una certificazione di totale inadeguatezza della struttura così com’è (tant’è che opera in un regime di deroga sistematica da almeno tre/quattro anni).
In secondo luogo dal fatto che la variante urbanistica si poneva come conditio sine qua non di una procedura di fattibilità dell’intrapresa sottoposta poi ad ulteriori e più ravvicinate valutazioni di coerenza e congruità sotto gli aspetti in particolare della programmazione sanitaria ed urbanistica in sede regionale. Nel senso che un diniego assoluto avrebbe seppellito qui ed ora la questione.
Non omettendo perplessità, riserve, dubbi e diversità di accenti anche del nostro gruppo, abbiamo sottolineato semplicemente l’opportunità di sottoporre correttamente al vaglio delle competenze regionali la proposta, lavorando con emendamenti e proposte nero su bianco perché la volontà del Consiglio fosse la più esplicita possibile.
Nessun ostracismo, nella chiarezza della destinazione d’uso e soprattutto della compatibilità con le politiche e le necessità della programmazione sanitaria pubblica regionale. Consapevoli del fatto che difficilmente operatori coinvolti, famiglie ed utenti interessati, aspettative cittadine di sviluppo occupazionale avrebbero compreso una stroncatura al primo passo.
Sarà la Regione di Marrazzo a sciogliere in un senso o nell’altro questi nodi, come previsto e dovuto, nel rispetto delle norme e della condivisione delle scelte con i ruoli istituzionali e sociali chiamati in causa. Se avverrà che una nuova struttura sarà ritenuta utile e avrà ragione e futuro, penso che la città non potrà che beneficiarne, nella linea di una propensione ad ospitare funzioni di servizio pubblico e privato che per varie ragioni risulta da tutti invocata e naturale.
In questo senso il parere della Asl, depositato in atti e richiamato in delibera e quindi sottoposto all’attenzione di chi si è consultato gli stessi e almeno letta la proposta - ci è parso se non dirimente, nemmeno “ostativo”, come peraltro appare ai più. Queste cose le abbiamo dette nelle riunioni di consultazione pre e durante il consiglio.
Dispiace che Aldo Fabbrini non abbia potuto partecipare per ragioni oggettive. Sono convinto che le proposte emendative, una più attenta lettura degli atti, il dibattito in aula che mai considero un votificio avrebbero offerto anche a lui, se non le ragioni di un ripensamento, almeno quelle di una maggiore attenzione critica. Che peraltro non sono mancate all’amico Callea, che nell’esordio della sua dichiarazione di voto, ha esplicitamente riconosciuto le ragioni positive della proposta, pur confermando un voto negativo motivato da riferimenti normativi circostanziati.
Dopodiché invece mi pare che dovremmo veramente sforzarci di utilizzare al meglio anche queste discussioni, lavorando per superare problemi veri e non inventati. Non c’è nessuna strategia politica, nessuna regia volta ad affermare primazie, assi anomali e scenari futuribili.
Per quanto mi riguarda come segretario cittadino confermo l’impegno che abbiamo dimostrato dalle elezioni comunali del 2004 in qua, quello di lavorare al meglio coi nostri limiti per una forte unità politica e programmatica dell’Ulivo come pilastro di una più coesa ed ampia coalizione del centro sinistra nella città, con l’ambizione necessaria volta a dare un segno compiuto all’impegno politico, il governo della città.
Dopo Orvieto la discussione sul progetto del Partito Democratico approda sul terreno ravvicinato di tempi, modalità e contenuti più concreti. Abbiamo fatto già cose importanti, affrontato impegnative prove elettorali, eletto insieme rappresentanti in sede regionale e nazionale, costruito proposte programmatiche unitarie, insieme governiamo provincia, regione ed il Paese. Insomma le funzioni fondamentali di un Partito le esercitiamo già da tempo insieme.
Discuteremo di tutto, dei temi generali, dei riferimenti ideali e politici più ampi che danno sostanza allo stare insieme. Ma saremo chiamati anche a dare coerenza al nostro livello a questa discussione.
Sul come vogliamo fare un grande partito riformista in Italia e come poi lo decliniamo a Viterbo.
Ed il tema è: come fare una sintesi vera, credibile, coerente tra una esperienza politica che incorpora in se una cultura ed una prassi di governo in questa città ed una cultura politica ed una prassi costante di opposizione? Come si superano le incrostazioni di queste esperienze che specularmene si alimentano sui versanti e della mediazione di governo e della contrapposizione pregiudiziale a dispetto dei ruoli?
Pensiamo di aver adeguatamente tutti corrisposto alle dinamiche di un bipolarismo compiuto, almeno a livello di autonomie locali, che richiede il confrontarsi di progetti concorrenti o pensiamo di essere orfani ancora di un proporzionale che legittima protagonismi di schieramento e l’affermazione delle proprie identità politiche, di riferimento sociale, di classe dirigente?
Avvertiamo o no la necessità di costruire una base programmatica che chiaramente sappia confrontarsi proponendo una idea di sviluppo della città che la ricollochi tendenzialmente in una graduatoria meno avvilente della qualità della vita , che sappia prospettare ad un settore importante come quello edile opportunità di fare impresa, creare occupazione riqualificando il territorio, di alimentare una economia che valorizza le risorse e non le sfrutta inopinatamente?
Che insomma non assecondi le legittime tendenze a crescere, senza interrogarle sulla cogenza di una crescita che forse è più promettente sotto ogni aspetto se sa immaginarsi e realizzarsi appetibile in una dimensione di qualità e di eccellenza del vivere in termini ambientali, di servizi, di opportunità nuove?
Mi permetto di segnalare questo tema, di farne oggetto di una discussione vera, evitando di sollevare polvere o di nasconderla sotto il tappeto. In una sintesi vera, credibile, è necessario l’apporto di tutti. Abbiamo la modestia di avvertire che noi da soli non siamo sufficienti. Dobbiamo farcela insieme.
Sandro Mancinelli
Segretario comunale Ds.