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Pasternak
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- Mercoledi 25 ottobre nella sala delle conferenze della Provincia, alle ore 17, sarà presentato il libro del giornalista-scrittore Sergio D’Angelo: ”Il caso Pasternak.La persecuzione di un genio.”
Con l’autore ne discuteranno i professori Leonardo Raponi e Maurizio Ridolfi, docenti di storia moderna all’ateneo della Tuscia.
Sergio D’Angelo, la cui vita è stata davvero movimentata e di notevole interesse per i personaggi conosciuti, vive ora a San Martino al Cimino.
D’Angelo è la persona che ha consegnato, a Berlino, all’editore Feltrinelli, il manoscritto del ”Dottore Divago” Grazie a D’Angelo il libro fu pubblicato in Europa. In Unione Sovietica il romanzo era stato invece bloccato dal regime.
Nel libro si parla dell’amicizia con Pasternak, delle pressioni cui era sottoposto perché modificasse il testo, dell’Urss all’epoca di Krusciov e delle speranze suscitate dal disgelo, soffocate presto dal ritorno ad una politica imperialista.
Lei che ha davvero girato il mondo perché ha deciso di continuare la sua vita a S. Martino?
"S.Martino mi piace molto - spiega D'Angelo - .Ed è abbastanza vicina a Roma, città definita giustamente invivibile, dove ho parenti, amici e, purtroppo non di rado, pratiche da sbrigare. In passato trascorrevo a S.Martino solo pochi mesi l’anno, in estate. Adesso ci vivo la maggior parte dell’anno, limitandomi, soprattutto per ragioni di età, a brevi viaggi all’estero".
Come si è reso conto che il “Dottor Zivago” era, ed è, un grande romanzo?
"Pasternak aveva fama di grandissimo poeta non allineato al “realismo socialista”. Sapevo che in Russia era amato da folle di lettori. E quando ebbi in mano il testo inedito del suo “Dottor Zhivago” mi resi conto che anche questo suo unico romanzo consisteva per larga parte, se così può dirsi, di poesia in prosa".
Quali erano le motivazioni che spingevano Pasternak a fidarsi di lei?
"Con Pasternak ci fu il colpo di fulmine. La sua compagna Olga riferisce nelle sue memorie che, parlandone all’indomani del nostro incontro, mi descrisse con parole così lusinghiere che io mi vergognerei a ripeterle. In altri termini, a parte la fiducia che io certamente gli ispirai, credo che Pasternak, convinto che il “Dottor Zhivago” non sarebbe stato pubblicato nell’Urss, ma allettato dall’idea di farlo emigrare, ritenesse che il fatto di essersi per lo meno affidato ad un editore comunista gli sarebbe valso da attenuante".
Perché Pasternak considerava una eventuale espulsione dalla Russia come la più grave condanna che potesse subire?
"Pastrenak temeva l’espulsione perché tutta la sua vita di uomo e di artista era profondamente legata alla terra russa. Questo fu l’argomento espresso con indubbia sincerità nella lettera con cui chiese a Krusciov di risparmiargli la misura che gli era stata preannunciata. Ma io ritengo che egli temesse soprattutto l’idea di separarsi per sempre dalle persone che più amava, in particolare da Olga e dai giovanissimi figli di lei".
Quale il ricordo più “curioso” che ha dell’editore Feltrinelli?
"Il ricordo più “curioso” che ho di Feltrinelli? Non è facile dirlo perché i ricordi “curiosi” di lui sono tanti. Be’ ora mi viene in mente la volta in cui Feltrinelli “scassinò", nella sede romana della casa editrice, un cassetto dell’illustre scrittore Giorgio Bassani, allora direttore di una collana di letteratura contemporanea. Motivo: il trafugamento di un manoscritto che, secondo Feltrinelli, Bassani tramava di passare a un altro editore".
Feltrinelli era così: sospettava che tutti gli volessero spillare soldi, ingannarlo, truffarlo.
"Bassani si dimise infuriato dalla casa editrice non appena si accorse dello scasso e mai ne perdonò l’autore. Anni dopo, incontrandomi a New York, mi ricordò quell’episodio e mi dette di Feltrinelli un definizione sulla quale preferisco sorvolare".