Senza Filtro - Relativamente alla reiterata proposta, e da più parti sostenuta, inserita formalmente nel recente disegno di legge Bersani 7 giugno 2006 sull’energia che prevede il ritorno a compensazioni di natura economica per quegli enti locali che intendano accettare l’insediamento di centrali energetiche sul proprio territorio, è bene ricordare quanto avvenne sullo stesso tema alla fine degli anni settanta proprio in Italia.
Nel 1978 i cittadini e le cittadine italiane furono chiamati alle urne per esprimersi su 5 quesiti referendari. Sebbene venga ricordato impropriamente come il Referendum antinucleare, i quesiti proposti in tutto tre in materia energetica, congiunti ad altri due sulla giustizia riguardavano solo alcuni aspetti inerenti all’uso del nucleare come fonte di approvvigionamento.
Nello specifico, e in sintesi, il secondo di essi riportava “Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?”.
Il risultato, validato dalla partecipazione del 65,1% dell’elettorato, fu chiaramente sancito dai 20.618.624 di sì (79,7% dei votanti) prevalenti sui 5.247.887 no (20,3%).
I commi su cui decidere si riferivano a quanto previsto allora dalla Legge n.8/1983 sulla erogazione di contributi a favore dei comuni e delle regioni sedi di centrali alimentate con combustibili diversi dagli idrocarburi.
Cosicché il Paese, in piena espansione economico-energivora e ad un anno dall’”incidente” Chernobyl, manifestò chiaramente di non accettare la monetizzazione del rischio a fronte dell’insediamento di centrali energetiche a carbone o a nucleare.
Oggi i sostenitori del ritorno al nucleare o favorevoli al carbone sostengono che il referendum aprì solo un quinquennio di moratoria sull’insediamento di centrali di questo genere.
Può darsi. La questione è prettamente giuridica ma nel merito non possiamo misconoscere che, immutato nella sostanza il contesto, addurre giustificazioni simili è un modo spiccio e poco partecipato di scavalcare le sacrosante istanze e decisioni popolari.
Non sarebbe ora, invece, di sollecitare e affrontare davvero e radicalmente (non senza allusioni) la questione del piano energetico regionale e nazionale, avviando così definitivamente le basi per una condivisa, pragmatica, sostenibile e, infine, corretta gestione del settore almeno per i prossimi dieci anni?
Christiana Soccini
Verdi Tarquinia