- E' nata una nuova “nomenklatura” a Viterbo, quella dei siti web e dei giornali on-line che dai cavi e il wireless si sposta nelle aule delle amministrazioni.
Non è un fenomeno nuovo, ne abbiamo diversi esempi in Italia. E' vestita di “democrazia” lascia parlare e pubblica le opinioni, certamente “accogliendole” o “bacchettandole” a piè di pagina, stilando di conseguenza una pagella dei buoni e dei cattivi (ritengo che chi detiene il potere della penna o, adesso, della tastiera dovrebbe usarlo con parsimonia, avendo la forza e la serenità di pubblicare le opinioni altrui “senza il filtro” del commento, o giudizio?, del direttore).
Questa nomenklatura lancia appelli ecumenici del tipo “basta con la violenza”.
Caspita!! E chi non sarebbe d'accordo, anzi chi non lo è?
Personalmente sono tragicamente e assolutamente convinto della inutilità di qualsiasi forma di violenza.
Mi sorge tuttavia il dubbio se appelli di questo genere possano efficacemente promuovere un confronto dialettico. Di cosa potremmo discutere? Siamo tutti contro la violenza e siamo tutti d'accordo, quindi “zitti tutti!”. I rappresentanti locali dell'intero arco costituzionale (e non) hanno aderito all'appello, dagli estremi che si sfiorano, passando per la destra democratica, il centro, la sinistra. Che successo!! Che trasversalismo eccezionale!!! E adesso?
Potremmo discutere del concetto di violenza, pensare che forse la violenza non è solo quella fisica ma anche quella verbale, quella dei modi e delle maniere, quella di certi modi di fare cultura e informazione; per certo siamo tutti vittime della violenza mediatica, forse la più difficile da affrontare e contrastare (pensiamo chi vuole sempre l'ultima parola e possiede strumenti e mezzi per averla).
Certo potremmo discutere di tutto questo restando nella aule delle amministrazioni e nei canali del web, ma senza arrivare dove le nuove generazioni (i nostri figli) si incontrano o si scontrano, nella piazze ma anche sul web, utilizzando siti e linguaggi diversi dai nostri, dai quali ci ostiniamo a stare lontani (paura?) ma dai partono messaggi che esprimono disagio, inadeguatezza, paura per il futuro.
Ho letto diversi contributi di cittadini (l'uso del termine è voluto!!!) appartenenti a generazioni delle quali il sottoscritto potrebbe essere padre o zio, e che hanno manifestato in modi diversi perplessità sull'appello partito da Tusciaweb e approdato dopo qualche tempo in Provincia, sollevando obiezioni sostanziali.
Devo dire che ho percepito nelle loro lettere la preoccupazione di chi vive e subisce direttamente le esperienze di violenza e per le quali si chiede, certo con l'aggressività dei toni (neanche tanta) assolutamente tipica dell'età, di non fare di tutta un'erba un fascio, ma di sottolineare le distinzioni.
Sono gli interlocutori privilegiati a cui ci si dovrebbe rivolgere per affrontare e risolvere il problema.
Purtroppo a queste voci la “nomenklatura” mediatica risponde con spocchiosa presunzione, con dotte citazioni variamente interpretabili (vedi Pasolini e Valle Giulia), ma soprattutto con la cecità di chi si ferma al contenitore e non al contenuto.
Rileggiamoci i vari “vi perdono perché siete giovani” (scusate se cito a memoria) o i recenti “a lei non la conosco e non conosco neppure la cattedra da cui con protervia cerca di spiegare il mondo” (Tusciaweb del 28 Febbraio). Verrebbe da pensare “senti chi scrive!!!!”. Personalmente non ritengo costruttivo ne saggio liquidare il problema commentando “il come si scrive” senza cercare di comprendere il sentire che palpita dietro alle parole, affermando, tra l'altro, di voler “abbassare i toni” (???). Singolare.
Trovo inoltre particolarmente fastidioso il tono “offeso” con cui si risponde talvolta a queste lettere, interpretando l'obiezione ad un argomento come un'offesa a chi lo ha espresso!!! Altrettanto singolare.
Venendo alla sostanza, forse è arrivato il momento di contestualizzare quello che sta succedendo nella nostra cittadina, per riaprire un confronto dialettico. Sono un biologo e come tale credo nell'evoluzione come risultato di tensioni tra fattori diversi. Lasciatemi credere che anche la crescita culturale e sociale di una comunità debba essere il risultato di tensioni dialettiche, di scontro (civile) tra opinioni che difficilmente nascono da appelli sospesi a mezzo cielo.
Quello che succede e sta succedendo a Viterbo ha un contesto ben preciso che bisogna avere il coraggio di affrontare individuando le precise responsabilità ai vari livelli, culturali, sociali ma anche, se necessario (e penso lo sia), politici. Credo più nella assunzione chiara di responsabilità che nella delega delle stesse in un consesso di generico buonismo.
E' necessario che le diversità di opinioni, di costume, di civiltà , di razza, di appartenenza sociale non vengano amalgamante e sfumate nella besciamella di appelli generici. Se avremo il coraggio di fare questo, forse si potrà avviare un confronto costruttivo sul tema della violenza, al quale si sentiranno di poter (e voler) partecipare anche i nostri figli. Altrimenti si resta sui giornali muovendosi trasversalmente da una testata ad un'altra
Ho due figli adolescenti che “usano” gli spazi della città e che sono esposti oramai frequentemente al rischio di subire atti violenti.
Per loro voglio garanzie subito e regole certe di tutela e questo è possibile solo applicando le leggi nei luoghi e nei contesti ove queste vengono violate.
Ma oltre a questo desidererei per loro un progetto di crescita civile e consapevole che nasca dalla profonda comprensione del loro sentire e per il quale tutti dobbiamo impegnarci mantenendo però chiare, nel rispetto reciproco, le differenze e i distinguo.
Con la speranza di essere utile,
Andrea Vannini
Docente della Facoltà di Agraria
Università degli Studi della Tuscia
Signor Vannini, anche a lei non la conosco. E anche nel suo caso non capisco da quale cattedra mi fa la predica. Le ripeto i miei maestri li ho sempre scelti da solo.
Non credo, poi, sia un peccato non conoscere il proprio interlocutore. E’ un dato di fatto.
Lei invece sembra conoscermi bene mi ha già classificato. Faccio parte, come dice lei, della nomenkatura dei siti web.
Vedo con piacere che anche lei, come accade spesso mi dà indicazioni, mi vuole insegnare come si fa un giornale.
Solo per capirci, vada a vedersi i giornali di livello, e vedrà che, da che mondo e mondo, se un cittadino scrive a un giornale la redazione e il suo direttore hanno da sempre avuto la possibilità di rispondere. Alle volte è addirittura un dovere per il rispetto che si deve ai lettori. Soprattutto se si tranciano giudizi sulle persone. Come è accaduto proprio nel caso da lei citato.
Mi si è dato dell’impresentabile. Anzi di chi comincia ad essere impresentabile. Lei cosa farebbe se andassi nella sua facoltà a dire che lei è impresentabile. Mi dica lei?
Ma ho il sospetto che lei non si sia neppure accorto della cosa. Perché con linguaggio forse meno diretto usa esattamente gli stessi metodi dell’ultima lettera a cui ho risposto.
Non dice solo che questa o quella azione politica è infantile, banale, inefficace, negativa. Per questo o quello. Cosa più che legittima. Punta a screditare la persona che la sostiene.
Un metodo classico del pensiero totalitario che non accetta il confronto dialettico anche aspro. Ma vuol vincere a mani basse, offendendo la persona. Sminuendola, mi ripeto, sul piano ontologico. Voglio essere ancora più chiaro: si vuole evidenziare che l’altro è un po’ meno uomo. Per cui tutto quello che dice non ha valore.
Come vede io non critico mai la persona in se ma una metodologia. Non mi permetterei mai di dire che questo o quello sono impresentabili.
Una metodologia che, quella sì, è fonte di intolleranza, da sempre.
Permetterà che io risponda a chi tenta di intaccare la mia qualità di persona?
Vede tra le cose che amo c’è un piccolo libro che si intitola On liberty, lo ha scritto uno dei più grandi filosofi inglesi Stuart Mill. In esso si spiegano i criteri con cui va impostata una discussione, viene sottolineato che il proprio interlocutore non può essere liquidato dicendo semplicemente che non è credibile.
Vanno invece prese le sue tesi e contestate radicalmente. Le sue tesi, non lui come persona. Questo mi ha insegnato un maestro del pensiero liberale.
Mi pare poi strano che chi fa critiche anche aspre non sia disposto a ricevere una risposta. Non fa parte della tradizione del dibattito scientifico sottrarsi alla critica. Lakatos mi sembra dicesse altre cose. Popper pure. Io non so di che cosa lei si occupi normalmente, ma credo che non le verrebbe mai in mente di sostenere, contro una teoria scientifica, che non è valida perché sostenuta da qualche tipo di nomenklatura.
Non capisco perché allora ha tanto timore del contraddittorio.
Anche aspro come ci ha insegnato don Milani. Perché contraddire radicalmente vuol dire avere rispetto della caratura dell’interlocutore.
Un’ultima cosa. Sto passando questi giorni a parlare con i ragazzi di tutte le culture politiche di questa città, e il dialogo è sempre vivace. Ma debbo dire che sia i ragazzi di sinistra che di destra non hanno puntato, fino ad ora, a screditare le persone. Come dire, non usano metodi totalitari. Forse sarebbe utile che parlassero con loro anche persone che pensano che il dialogo e l’ascolto sono importanti.
Come dire dire un conto sono i predicozzi un conto farle davvero le cose.
Ovviamente non mi rivolgo a lei, che, da come parla, son sicuro starà ore e ore a colloquio con i giovani di questa città. Per ascoltare e capire.
E poi, per chiudere, non si preoccupi, non si adonti, non si innervosisca. I giornali hanno una cosa di bello: migliaia di lettori che leggono e giudicano sia quello che scrive lei che il sottoscritto.
Carlo Galeotti