- Un abbraccio sentito a chi cerca, senza sosta e con continua assiduità, di non aver paura della propria cultura e la confronta a viso aperto con quella degli altri.
Intervengo, umilmente, al dibattito per dire che se la nostra vita oggi risente ancora di odi, antagonismi esasperati e a volte di violenze, è perché c'è chi ancora ha paura della tolleranza.
Perché chi cerca di capire, chi ascolta prima di parlare, chi ha come fine ultimo la condivisione, fa paura, fa veramente paura.
Per questo caro vecchio "dinosauro" Galeotti, il suo appello è stato a volte non accettato e giudicato cosa semplice, da bar.
Questo è l'errore più grande considerare facili le cose semplici; non esiste faccenda più complicata che unire le menti umane sulle cose semplici.
Un appello contro la violenza, in una città ora attraversata da nervosismi e tensioni, appare una cosa scontata, ma non lo è affatto.
Alzare il muro dell'indifferenza per giudicarsi superiori è lo stesso meccanismo utilizzato di chi mena le mani.
Contaminarsi è una possibilità concessa a pochi, solo a chi è forte delle proprie idee e convinto dei suoi principi.
Colui che si contamina, se è forte, si arricchisce senza entrare in crisi, chi mette in dubbio conosce la certezza.
So bene che sono enunciazioni di principio, ma sentire oggi quello che si diceva negli anni di piombo è come buttare al vento trenta lunghi anni di faticoso ritorno alla recirpoca legittimazione.
Discutere, confrontarsi, lasciare sul piatto qualcosa della propria derivazione culturale, per fare proprie le differenze, è l'unica maniera per affrontare la sfida del nuovo mondo.
Una città come Viterbo, aperta appena alla contaminazione, è un territorio di trincea, dove sperimentare la propria immaginazione, non leniniana (mio caro Sposetti e compagni...) ma lennoniana.
E tu, mio caro Galeotti, sei lennoniano, come me.
un compagno
Samuele De Santis