Riceviamo e pubblichiamo
- In tempi di strabordante enfasi mediatica, che invade gli spazi più sciatti e riposti di questa nostra società eticamente sbracata, colpisce al cuore il fragoroso silenzio che circonda la Viterbese.
Una diabolica miscela di indifferenza e disamore avvolge (irreversibilmente?) le sorti della sola espressione professionistica del calcio provinciale.
Quasi che la squadra gialloblù sia un patrimonio avulso rispetto ai tanti altri, spesso inutili, che comunità e istituzioni si sforzano comunque di tutelare seppure con tattiche non sempre condivisibili.
Il presidente Pecorelli, raggiunto telefonicamente dopo aver evitato di rilasciare le consuete dichiarazioni in sala stampa, si è dichiarato contento per la vittoria con il Real Marcianise.
E però amareggiato per i cori indirizzati contro di lui a pochi minuti dal fischio di inizio dalla (sparuta) tifoseria presente al Rocchi.
Ha osservato che “Prima della partita alcuni esponenti del tifo organizzato mi hanno chiesto di parlare della situazione. Ho spiegato loro che sto in ogni modo cercando di risolvere le difficoltà e che sono disposto a cedere la società qualora non ci fossero alternative e qualora ci fosse realmente un acquirente serio.
Nessuno ha mostrato reale interesse in questo senso. Credevo che ci fossimo chiariti da uomini e invece ho ricevuto per l’ennesima volta degli insulti. A fine gara anche il team manager Ferdinando Ciambella è stato oggetto di epiteti poco carini mentre accompagnava la terna arbitrale. Queste cose mi lasciano l’amaro in bocca e mi deludono. Se i tifosi cercano a tutti i costi uno strappo insanabile, non ne sono certo responsabile io”.
Ci risiamo. Quando tutto va bene c’è la fila per salire sul carro del vincitore, che da parte sua si pavoneggia incurante della cenere che pure dovrebbe farsi umilmente cospargere sul capo.
Quando tutto va male, oppure prende una piega diversa dal previsto, allora si vede partire la trita ricerca delle responsabilità. Condita dall’altrettanto trito rituale dello scaricabarile e del cerchiobottismo di maniera. Cui inesorabilmente si appigliano quanti dovrebbero fare e non fanno, quanti dovrebbero intervenire e non intervengono. Ciascuno finisce per fossilizzarsi sulle rispettive posizioni di partenza, in una lotta di nervi non si sa se più miope o sfibrante, con il risultato che il problema si avvita su se stesso.
Il problema della responsabilità (e della fuga dalla responsabilità che gli fa da corollario) fa tutt’uno con quello della paura, che finisce per facilitare strappi altrimenti evitabili e contagiare negativamente l’ambiente (e le persone).
Purtroppo un presidente in affanno non è il viatico migliore per rendere praticabili soluzioni che un sano buon senso e una elogiabile volontà di collaborare con il contesto consentirebbero (agevolmente?) di trovare.
Per arrivare al dunque non è affatto utile prospettare rotture, che sarebbero catastrofiche per tutti. Si tratta invece di mettere in campo forti dosi di coraggio e attenta capacità di intermediazione. Qualità che non si trovano all’angolo di una strada. Vanno cercate dentro se stessi, grazie anche al prezioso apporto di collaboratori selezionati e che spingano tutti insieme per centrare l’obiettivo. Che è e resta quello di salvare il Leone. A tutti i costi.
Sergio Mutolo