- Caro Carlo attento.
Sta accadendo qualcosa di molto serio e di altrettanto invisibile alla grande maggioranza delle persone della tua età.
I “cattivi maestri”, te lo dico col cuore in mano, sono ben altri che non quelli “che fanno la conta delle aggressioni”, sono semmai quelli che le aggressioni le incentivano e le premiano…
Ho ritenuto giusto aderire all’appello, ma non credere che non mi abbia dato da riflettere il fatto che dal testo non emergeva l’enorme sproporzione tra un episodio (al Kansas), a fronte di un paio d’anni di crescenti violenze e intimidazioni (da parte di neofiti di un fascismo che non hanno mai conosciuto…).
Se avessi esteso io il testo, lo avrei scritto diversamente, sarei stato più puntuale nel misurare il fenomeno, ma sicuramente più infecondo… insomma non avrei turbato quell’indifferenza generale, che a mio avviso è il mostro peggiore.
Come scrisse Gramsci ne “La citta futura” : le cose più abbiette accadono non tanto per la perversione dei “pochi”, quanto per l’indifferenza dei “molti”.
Perciò, nonostante sia evidente la retorica e (permettimi) l’ipocrisia di alcune adesioni pervenute, ritengo che sia stato utile e salutare il tuo appello e ritengo preziose anche le adesioni “di comodo”.
Penso che sul piano del “fare concreto”, si possano svelare le cattive intenzioni, e inchiodare gli “ipocriti” alle loro responsabilità morali, quindi lo ripeto: “Bravi Carlo e Antonello”.
Ora, però, dopo che la società civile viterbese si è prodotta in appelli e contrappelli, a mio avviso, è arrivata l’ora di darsi una mossa e di pensare più concretamente a come fermare il circolo vizioso della violenza.
La “conta delle aggressioni” va fatta, e certo non per soddisfare un’esigenza moralista-quantitava, ma per un semplice motivo: per avere una prima rozza, ma chiara, misura di quanto sia avanzata la mutazione “genetica” di una parte della nostra gioventù.
Innanzitutto non siamo di fronte ad un processo spontaneo, né ad un processo propriamente “politico”.
Che dietro la nascità di “comunità militanti” neo-fasciste, ci sia del male di vivere mi pare evidente… Quello che spero non ti sfugga, è che non abbiamo di fronte l’espressione di un “disagio”, ma il “disagio militante”, che si diffonde, fa proseliti tra i più giovani e li guida a errori che pagheranno in prima persona e che, intanto, stanno gia facendo pagare a terzi incolpevoli.
Se non credi al libro bianco del Cat, o a me personalmente, credi almeno ai rappresentanti degli studenti, o agli operatori sociali, o alla questura, sennò consideraci tutti “bugiardi”… ma io a quel punto smetterò di capirti.
Quello che hai davanti, Carlo, è il disagio organizzato, galvanizzato e diretto da “corpi estranei” alla gioventù.
Io ho frequentato le scuole superiori alla fine degli anni ’90, e ho visto un fenomeno nuovo (???) nascere e crescere con me negli anni successivi.
Ho visto ragazzi accanto a me, emotivamente e non intellettualmente fragili, assumere identità politiche improbabili e arrivare oggi, a nemmeno trent’anni, trascinandosi un corollario di processi.
Li ho sentiti alle superiori, da un “quadrimestre” all’altro, iniziare a dire cose agghiaccianti (ed elaborate) sugli ebrei e sui mali del mondo.
Attenzione, Carlo, i “cari ragazzi” che ti scrivono, sono pericolosi per sé stessi e per gli altri.
Quando leggi il nome “Vertice Primo”, “Comunità politica d’avanguardia”, “Comunità militante littoria”, “Casa Pound”… tu ti trovi di fronte a tre categorie di persone.
I 60enni: vecchi arnesi del fascismo anni 70, loro sono il maggiore problema perché siedono in cabina di regia, forniscono rapporti economici e politici a livello nazionale…
Ci sono poi i 30enni/35enni: capobranco e “quadri” politici formati.
Sono questi, materialmente, gli animatori delle “comunità” e sono grandemente loro il “problema di ordine pubblico” che è sotto gli occhi di tutti.
Ci sono infine gli adolescenti, arruolati nelle scuole superiori, nel muretto o allo stadio: loro sono quelli che vanno salvati. Loro sono quelli che, nella prossima vita, fra una decina d’anni si chiederanno come hanno potuto essere così stupidi da cascarci con tutte le scarpe.
A palare con “le persone” fai benissimo, ma se aprissi un “dialogo” con l’organizzazione politica faresti il più grave errore che si possa commettere.
Legittimeresti i “cattivi maestri” e daresti il tuo pesante contributo nel consegnare “le persone” ad un’ideologia criminale e ai suoi “manovratori”. Insomma butteresti i bambini per tenerti l’acqua sporca.
Attento al paternalismo di cui parlava Manuel Anselmi, perché, tra le altre cose, è quello che i “quadri” e gli “ideologi” sperano di trovarsi di fronte.
Rimaniamo un attimo sui “vecchi”: chi sono gli “ideologi”? I sessantenni che scrivono libri e commenti, distribuiti gratis nei licei, che si fanno venerare come “comandanti” e “guide politiche”.
Si tratta di ex N.A.R., ex Terza posizione, Ordine nuovo, dei “soldati politici” falliti, uomini non maturati.
Questi personaggi, per lo più, sono passati attraverso le maglie della legge negli anni ‘70 e ’80, cascando sempre in piedi.
Altri, al contrario, sono stati al centro di lunghe latitanze e di alcune tra le più brutte trame della storia repubblicana: Roberto Fiore e l’ormai defunto Massimo Morsello per dirne alcuni…
Personaggi come questi si relazionano con la nostra gioventù sin dagli anni novanta, attraverso delle interfacce con un passato meno turbolento: quelli sì “cattivi maestri”.
Il proselitismo non si basa, in prima battuta, sulla persuasione, sulla condivisione di un progetto che vuole essere razionale, ma su dei nessi molto più sottili ed emotivi.
Questi personaggi mirano ad indurre un processo di auto-esaltazione nei singoli, e di esaltazione comune nei gruppi che si costituiscono sul territorio.
Non è un caso che questi “guru” neri, parlino di “superomismo orizzontale”, e approccio “metapolitico” al proselitismo.
“Metapolitica”, per come la intendono loro, vuol dire: trascendere i nessi politici, fare proselitismo creando “comunità”, usando strumenti e coesivi che non sono politici… ma che fidano sullo sradicamento, sull’alienazione di cui sono vittime le nuove generazioni.
Nell’aprile 1999 Caratossidis spiega questa strategia “movimentista” in un’intervista a Repubblica: “Lo stadio, le discoteche, le birrerie e anche i centri sociali sono un bacino da sfruttare per la ricerca di voti e consensi… Se si fa propaganda con i volantini, mille distribuiti tra gli spalti hanno più valore che davanti a un supermercato. Con pochi soldi, uno striscione allo stadio ha una visibilità nazionale”.
C’è spazio per tutti, fondamentalisti cattolici, nichilisti-poundiani ed evoliani, nazi-maoisti, ammiratori di Bin Laden e dello sceicco Yassin (Civita Castellana) o assertori della superiorità “ariana” ed europea.
Le contraddizioni non sono di intralcio perché il livello bassissimo di elaborazione politica fa si che sia possibile dirigere in network, gruppi apparentemente in contraddizione tra loro. E’ il caso dei manichini impiccati di recente in tutto il Lazio, nell’arco della stessa notte, opera appunto delle decine disparate comunità presenti sul suolo regionale.
Dietro a questi gruppetti neo-fascisti si nasconde un livello di organizzazione e di articolazione, che rimane invisibile ai più perché si manifesta solo secondariamente nelle forme “canoniche” dell’agire politico: manifestazioni, dibattiti, elezioni.
In sostanza, secondo loro, è encomiabile qualsiasi atto, individuale o collettivo, che confligga contro il solito complotto giudaico-imperialista-capitalista.
L’importanza dei singoli in ambito “comunitario” viene determinata dalle “azioni” messe in campo contro “il nemico”. La maggior parte degli atti di violenza sono accadimenti spontanei, ad opera di questo o quel “bullo”, eppure “organici” ad una dinamica politica in forte espansione.
Vien da sé che poi i ”volponi” scriveranno libri, parleranno nelle iniziative, cercheranno quando possibile di essere eletti da qualche parte… mentre la “testa rasata” ventenne, per darsi importanza e accreditarsi, appiccicherà i manifesti, o prenderà a “cascate” un “capellone” che esce dal cinema, o si farà dieci anni in gabbia…
Ti invito, Carlo, ad approfondire il concetto di “superomismo orizzontale”, che in sostanza riproduce quello che all’epoca tua chiamavano “spontaneismo armato”.
I ragazzi rasati e arrabbiati delle notti viterbesi sono etero-diretti, più ancora dei loro omologhi degli anni settanta. Il fatto che si articolino in “comunità”, apparentemente autonome, mette al riparo (legalmente) i registi occulti, e consente ai giovani militanti di relazionarsi con maggiore disinvoltura all’esterno.
La lettera di “Vertice Primo” a Tusciaweb, dopo aver ribadito la (formale) autonomia del gruppo, cavalca il disagio e arriva al sodo: “avevamo occupato un asilo ma non ce lo hanno concesso”, ”ci sentono ma non ci ascoltano?”.
E’ logico che siano i “cari ragazzi” a questuare benefici: se fosse un pluri-pregiudicato brigatista, a chiedere un asilo per crescervi la sua prole, cosa gli si risponderebbe?
Dopo la messa fuori legge di “Base Autonoma”, i “guru” (che stupidi non sono) hanno chiaramente teorizzato l’impossibilità di sciogliere un’organizzazione che si presenta come una galassia di sigle.
Non bisogna assolutamente cadere nella trappola “caleidoscopica” delle diverse denominazioni…
Siamo di fronte ad un fenomeno sostanzialmente nuovo, unitario, e ben lontano dalla comitiva di paesani che si ubriacano in osteria il 28 ottobre, per ricordare la marcia su Roma.
Bisogna agire subito, sul piano dell’ordine pubblico, nei confronti di dirigenti giovani e anziani. Bisogna impedire alle diverse sigle qualsiasi spazio politico di manovra, spazi fisici in primis.
E’ urgente al contempo restituire alla gioventù tutta, non ai gruppetti politici, spazi e mobilità.
Bisogna che le amministrazioni locali facciano qualche “assunzione clientelare” in meno e che “aprano il borsello”, che devolvano liquidità ad iniziative artistiche, musicali e culturali “autogestite” dalle rappresentanze studentesche.
Questo fenomeno neo-fascista è condannato ad un’inevitabile residualità sulla scena politica, ovviamente non è in pericolo l’ordinamento repubblicano, ma un gran numero di ragazzi e ragazze, di aggrediti e di aggressori.
Bisogna salvare la nostra gioventù.
Riccardo Fortuna
Consigliere alla Provincia di Viterbo
Partito della Rifondazione Comunista
Caro Riccardo,
credo di intendere tutto ciò che mi dici, anche se non fa parte "della mia epoca". Certo la mia mente ormai è invecchiata e può capitare di non intendere fino in fondo.
Ma, vedi, io rimango fermo nell'idea che tra me e i miei avversari ci si una asimmetria. Se adottassi il tuo metodo mi metterei allo stesso loro livello. Alzerei le spalle e continuerei a vivere le mia vita sicura e tranquilla, immerso nelle mie tranquillizzanti certezze ideologiche.
La civiltà, di cui credo di far parte, è diversa da quella dei neofascisti, proprio perché si basa sul confronto. Sul rispetto dell’avversario. Sul rispetto degli uomini. Quelli concreti, qui e ora, che mi capita di incontrare. Con questi voglio parlare. Con questi ha senso parlare per il solo fatto che sono lontanissimi da me.
Questi, proprio perché la tentazione sarebbe quella di considerarli fuori dalla sfera della civiltà, vale la pena incontrare. Con te non ho bisogno di parlare di certe cose, credo che per te siano acquisite. Spero.
A questi voglio raccontare di un certo Kant che ci impegna tutti a considerare gli uomini come fini e non come mezzi. Tutti gli uomini. A questi voglio raccontare come funzionano le ideologie totalitarie. Tutte le ideologie totalitari. Senza infingimenti. Senza tirar la coperta dalla mia parte, furbescamente.
Pensi che verrò contaminato? Beh, la stessa cosa venti anni fa si diceva non di Paolo Signorelli, ma dei militanti e degli esponenti del Msi. Non so se tu puoi ricordare. Non era il tuo tempo. Ma quelli del Movimento sociale venivano considerati da noi di sinistra non tanto uomini come noi. E’ duro dirlo, ma era così. Oggi il tuo leader politico, Bertinotti, ma per D’Alema è la stessa cosa, non disdegna di andare a un dibattito dove c’è Fini. In questi venti anni, Fini ha fatto una revisione ideologica di 180 gradi. E' diventato antifascista. Ha condannato il fascismo. Ha rivisto totalmente le posizioni sulla questione ebraica. Ecco, se venti anni fa non ci fosse stato un dialogo con loro, tutto questo sarebbe accaduto?
Vedi, io credo nella forza assoluta di una concezione liberale e democratica. Credo nelle idee di Rosselli e Gobetti. Credo che queste idee possano prevalere. Credo nella “libertà come fine e come mezzo”. E voglio usare tutta la forza di questa libertà per dialogare con chi val la pena di incontrare, perché so che nega questa forza, queste idee.
Sinceramente, se solo uno di quei ragazzi può essere scosso dalle sue tetragone convinzioni, credo che valga la pena di parlarci.
Vedi, in molti in queste settimane ci hanno insultato, non tu ovviamente. In molti hanno detto che ciò che avevamo proposto con Antonello Ricci era banale. E poi, contraddicendosi, insultando la logica più elementare, ci è stato detto che l’appello era pericoloso. Insomma un qualcosa di banale e pericoloso. Strano.
E invece è accaduto che questa piccola azione ha messo in movimento una intera classe politica. Ha mosso perfino quei ragazzi di Vertice primo. Ha cambiato l’agenda politica di questa città. Ora non c’è più nessuno che quando si parla di certi atti di violenza politica li valuti come “ragazzate”.
Ecco, se con Antonello avessimo ragionato badando prima di tutto alla purezza ideologica, ci saremmo messi in pace l’anima, ma non avremmo mosso nulla.
Ora tutto è in movimento. Ora è stata riaperta la comunicazione. E’ stata riaperta la comunicazione anche con questi ragazzi di Vertice primo. E allora perché non parlarci, per male che vada ognuno rimarrà sulle proprie posizioni. La giustizia farà il suo corso. Se ci sono responsabilità, verranno accertate. Ma intanto sento l’obbligo di parlare con questi ragazzi.
Tu sei giovane e forse non puoi ricordare. Ma questa del parlare con tutti è stata da sempre una mia caratteristica. A suo tempo non ho esitato a far venire a Viterbo Renato Curcio, con una sala conferenze della provincia stracolma, per parlare, per capire e spiegare. Anche allora altri amici, a me cari come oggi lo sei tu, mi sconsigliarono. Mi spiegarono che non era una cosa politicamente corretta.
Anche lì c’erano posizioni totalitarie che avevano portato alla violenza. Idee diverse, ma pur sempre totalitarie.
Ebbene, non ne sono rimasto contaminato. E non ho permesso neanche per un istante di attribuire a quel dialogo la valenza di un riconoscimento politico. Figurarsi.
Per farti capire. A Curcio, che fu accolto da un agghiacciante applauso della platea di giovani, feci sorbire un elenco di tutte le vittime delle Brigate Rosse. Da Rossa a Moro. Ma questo non mi impedì di dialogare.
Tu pensi che i ragazzi di Vertice primo siano capaci di fare quello che Curcio non è stato capace di fare?
Per farla breve. Niente di umano mi è estraneo, come diceva Terenzio. E come mi ha insegnato una mia carissima professoressa del liceo.
E allora non vedo tutti i pericoli che tu vedi. Anzi un pericolo lo vedo come lo vedi tu: lasciare questi ragazzi in mano a ideologie pericolose. E che per giunta hanno fatto il loro tempo.
Beh, questo a me non piace.
E, scusa la battuta, ma... le cose semplici lasciamole fare a chi non capace di far altro.
Stammi bene.
Carlo Galeotti
Ps. "Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere", così il grande Wittgenstein chiudeva il Tractatus. Ma un altro grande filosofo, Popper, ci ha spiegato che è solo di quelle cose che val pena di parlare. Alla stessa maniera credo che valga la pena di dialogare solo con chi non la pensa come noi.