 |
| L'assessore Picchiarelli |
Senza Filtro - In relazione all’appello Ricci Galeotti vedo, purtroppo, un tentativo, a mio avviso profondamente sbagliato, di fare, come si suol dire, “di tutta l’erba un fascio”.
Perché non proviamo, ad esempio, a “decontestualizzare” le singole adesioni e partire, perché no, dalle posizioni politico-ideologiche, di ciascuno di noi?
A mio avviso, infatti, questa ricerca sulla nonviolenza è inevitabilmente collocata dentro un processo politico e, soprattutto, di costruzione di una cultura politica.
Un processo che il Prc ha iniziato da tempo e che riguarda il suo modo d’essere, la sua identità, e la sua collocazione sulla scena politica.
In poche parole, la ricerca storica che noi vogliamo fare, ad esempio anche parlando delle foibe, non è neutrale o innocente.
Senza attutire i dissensi, dunque, è per me importante che venga declinato e condiviso il punto di partenza della nostra ricerca.
È del tutto evidente che c’è, ed è molto forte, un contrasto con i nostri avversari, con la cultura che essi esprimono, e con le forze che li organizzano.
Sarò su questo punto molto chiaro. Noi ci fondiamo sulla negazione di ogni legittimazione del fascismo, sull’analisi critica della sua storia e anche su ciò che di esso continua a corrompere il tessuto sociale e culturale del paese.
Questo è un asse fondamentale della nostra fondazione.
Noi siamo e rimaniamo radicalmente antifascisti.
Di quella esperienza e di quella storia rifiutiamo la connotazione di fondo per come si è manifestata e come si manifesta anche oggi.
Chiarito e proclamato questo punto dobbiamo fare i conti con noi stessi e capire come si fa ad estirpare il fascismo ed i fascismi dalla storia dell’umanità?
Il nostro antifascismo non è il ricordo annuale del 25 aprile.
È molto di più.
È la convinzione della attualità dell’antifascismo .
È la convinzione che esso sia l’unica religione civile del paese, l’unica capace di costruire una convivenza civile.
L’”ora e sempre resistenza” di Calamandrei non è quindi un urlo o una testimonianza.
Manifesta pienamente la cultura di un popolo, una cultura avversa alla colonizzazione da parte delle maggioranze e ad una propensione alla esportazione delle civiltà che va sorvegliata e messa sotto controllo altrimenti rischia di dominare e di dominarti.
È questo uno dei motivi per cui, nel percorrere la storia del nostro Paese, non possiamo che militare dalla parte della critica ad ogni forma di patriottismo e ad ogni forma di violenza, ammantata di patriottismo ( come definire ad esempio l’episodio “Calderoli”?), che conduce ad una guerra.
È questo bagaglio culturale che ci consente di rifiutare attivamente quel fenomeno assai rilevante che ha preso il nome di “revisionismo storico” che può essere riassunto in questo modo: c’è anche del bene nel fascismo e c’è un po’ di male nella resistenza.
In realtà questo revisionismo non è innocente, è piuttosto il tentativo di demolire appunto la possibilità di fare dell’antifascismo la costante religione civile di questo paese.
Partendo da qui non possiamo non vedere la dannosità di ridurre la questione delle Foibe ad una semplice comparazione numerica con i crimini del fascismo.
Se la differenza fra noi ed il fascismo è solo di grado; se ci limitiamo a dire: loro ne hanno uccisi mille e noi solo cento, la differenza fra noi diventa irrilevante.
Noi siamo antifascisti perché siamo fondamentalmente diversi.
Lo siamo nella visione del mondo, della società, delle donne e degli uomini.
La denuncia dei crimini del fascismo può perciò divenire fuorviante se attraverso di essa si tende ad evitare di fare i conti con la nostra storia e ci mette sostanzialmente sullo stesso piano.
Oggi, battere il fascismo-parlo del fascismo come lo abbiamo conosciuto alcuni decenni fa, non parlo delle politiche fascistizzanti, o degli elementi fascistoidi che persistono- battere quel fascismo è fin troppo facile.
Ne è capace perfino Fini.
Il nostro avversario di oggi non è il fascismo, cosa che appunto ci indurrebbe ancora una volta a gridare quelle colpe che i loro stessi eredi non sono in grado di contestare.
I nostri avversari oggi, in questa fase, qui ed ora, sono la guerra e il terrorismo.
Questa coppia guerra terrorismo che sequestra monopolisticamente la violenza, questa realtà, ci mette di fronte ad un problema assolutamente inedito.
Noi non possiamo infatti pensare di battere questa violenza monopolizzata con la guerra.
La violenza, in ogni sua variante, risulta inefficace perché viene riassorbita dalla guerra o viene riassorbita dal terrorismo mettendo fuorigioco la politica.
Questa coppia ci costringe a ripensare la nostra storia per trovare le forze e i modi per batterla.
È una lotta di civiltà, è una lotta nella quale lo stesso problema importante della trasformazione prende corpo in modo inedito.
Oggi, di fronte alla possibilità di una catastrofe dell’umanità, siamo obbligati ad indagare sulla violenza, sul suo ruolo nella storia, sul suo ruolo oggi o nel futuro dell’umanità.
Su questo, è vero, dobbiamo pensare e ragionare di più.
Dobbiamo ricercare e ragionare di più su quello che è già stato fatto nella nostra storia per liberarci dalla violenza.
Lo dico e lo chiedo non in nome di una tensione verso la verità, ma in nome di qualcosa di ugualmente se non più importante: una diversa idea della politica e della lotta di liberazione.
Questo è il punto, ed è per questo che oggi i mezzi sono inscindibili dai fini, sono due facce della stessa medaglia.
Ed è per questo che il grande movimento altermondialista, da Genova a Firenze, a Seattle, ha introdotto nella vita politica una forma di contestazione di massa, tendenzialmente nonviolenta al dominio della globalizzazione capitalista e alla guerra.
E oggi, parlando di noi, dobbiamo chiederci:
siamo sicuri che andavano massacrati quelli di Kronstad?
Siamo così sicuri che per salvare lo stato post rivoluzionario andavano massacrati?
Siamo così convinti che i gulag non esistevano oppure erano solo un modo per tenere a freno gli egoismi di popolazioni che non capivano il comunismo?
Non dobbiamo forse pensare che c’è un rapporto tra Kronstad, il gulag e qualche cosa che ha a che fare con le nostre storie e magari con le foibe?
Non un rapporto meccanico, ma una cultura che consentiva l’idea di un esercizio del potere e una idea dell’avversario come nemico da fronteggiare in termini, appunto, prevalentemente militari?
Da qui lungi da me l’equiparazione, che pure qualcuno maldestramente opera, fra nazismo e comunismo.
Il nazismo è un sistema costruito per l’oppressione, che nasce e vive sull’oppressione di classe, di stato, di etnia.
Auschwitz ne è il paradigma.
Il gulag non è il paradigma del comunismo, il gulag è piuttosto la manifestazione estrema di una contraddizione che il comunismo si è portata nella pancia e che è determinata da un’idea del potere e su questa idea della violenza va fatta una revisione coraggiosa.
Questo passaggio va fatto non per essere meno comunisti, ma semplicemente per tentare di essere comunisti.
Giuseppe Picchiarelli