Viterbo 7 maggio 2005 - ore 0,10 -
Egregio direttore
Nel rinnovarle i complimenti per la sua testata giornalistica e per il suo lavoro, mi permetta di contestargli le affermazioni politiche contenute nel suo editoriale intitolato chi lavora per Gabbianelli, accreditando la tesi che chi si adopera per cambiare le prassi e le pratiche politiche conservatrici, incrostate in questa città e in questa Provincia, rischia di lavorare consapevolmente o inconsapevolmente per la destra, o che esiste un partito o una parte di esso che ha la vocazione dellopposizione perché ha paura di esercitare il potere politico che i cittadini gli hanno affidato.
La sua tesi si sviluppa sulla politica e sul personaggio Gabbianelli che esprime, sia caratterialmente che nella pratica politica, tutti i valori della destra precedenti al passaggio delle acque a Fiuggi; ma non tiene conto che le politiche di destra che si stanno realizzando in questa città, sono il risultato delle alleanze trasformistiche dei poteri forti, (quelli che realizzano i propri affari attraverso la politica), e dei loro rappresentanti nelle amministrazioni locali, penso che ne abbiamo conferma con Giro dItalia, ultima tappa del a Viterbo, un giro daffari che si è realizzato quantomeno per lindifferenza, se non per dolo di chi, amministratore, avrebbe dovuto vigilare e non lo ha fatto.
Chi ritiene di voler rappresentare le esigenze dei ceti deboli come Rifondazione Comunista, deve essere attento sia alle politiche, che ai personaggi che si aggirano intorno al potere politico, perché diventa indifferente per i ceti deboli se la guerra la fa Bush o Clinton, se le bombe le lancia Berlusconi o DAlema; se la loro condizione di senza casa, o la condizione di disoccupato e di precario o se, al di la di falsi moralismi, come lei li chiama, la cultura e la pratica clientelare le realizza la formazione di centrodestra, oppure quella con il marchio di centrosinistra, alleata con pezzi di centrodestra.
Vincere le elezioni e cacciare Berlusconi a livello nazionale, o Gabbianelli in quello locale è importante; ma realizzare politiche che riportano il potere in mano ai cittadini, che ridiano quel minimo di valore morale alla politica è fondamentale.
Lazione politica neocentrista che si sta tentando di realizzare, sia livello nazionale che ai livelli locali, non è insidiosa per se stessa, ma perché si tenta di realizzarla con le vecchie pratiche politiche e vecchi personaggi e perché non è il risultato di una diversa concezione culturale del potere e della politica.
Cordiali saluti
Angelo Bellucci
La ringrazio per la sua cortese email. Ma debbo confessarle, con tutte la simpatia possibile, che non mi convince neppure un po'. Non credo che per i ceti meno abbienti, per i poveri sia la stessa cosa che al governo ci siano il centrodestra o il centrosinistra. Anche se le politiche per alcuni o molti aspetti si possono rassomigliare.
Non per mettere il coltello nelle piaga, ma la decisione di Bertinotti, più che legittima ma politicamente grave, di far cadere il governo Prodi, ci ha regalato alla fine un governo Berlusconi che è stato micidiale per tutti i ceti meno abbienti. Nelle nazioni normali, la destra normale fa sfaceli dal punto di vista sociali, ma solitamente rimette in sesto i parametri essenziali dell'economia. Non è così in Italia dove una destra anomala ha messo in ginocchio l'economia del paese e ha reso più poveri i poveri di sempre.
Nella sua analisi, in buona sostanza, lei non tiene conto che un pezzo di questa destra italiana non è una destra normale. Da un lato la Lega e dall'altro una parte di An e di FI, non fanno parte di quella destra europea che difende a spada tratta la laicità dello stato, le costituzioni repubblicane, lo stato di diritto.
E come ci spiega il premio Nobel per l'economia Amartya Sen, i primi ad essere danneggiati dalle lesioni che si producono nella struttura dello stato di diritto sono i ceti più poveri. Le libertà e le regole dello stato di diritto per i ceti ricchi sono un optional, ma per i poveri sono l'unica possibilità di difendersi. Insomma le libertà, le regole dello stato di diritto sono il fondamento della giustizia. Non c'è giustizia senza libertà formali. O se preferisce, come diceva un grande socialista, Carlo Rosselli, non possiamo che operare nel segno della "libertà come fine e come mezzo".
Per questo, io credo che in politica ci siano delle gerarchie. La difesa dello stato di diritto, della cultura liberale e democratica sono i presupposti necessari per rendere giustizia ai ceti più poveri. Che lei, sono convinto con la massima onestà intellettuale, vorrebbe difendere.
Scendendo più in basso. Qui e ora, la scelta è tra la possibilità di egemonizzare un pezzo di centro moderato e porre un argine a quelle politiche conservatrici e clientelari che lei dice di voler combattere. E la scelta di non fare accordi e lasciare mano libera a questo centrodestra. E si badi bene: mentre i politici che pensano di rappresentare i poveri possono anche stare una vita all'opposizione senza averne danno. I poveri, quelli veri, quelli che non hanno voce, non possono aspettare. Quelli, per ogni giorno di governo Berlusconi, hanno pagato un prezzo pesante. Pesantissimo. E allora meglio una sinistra imperfetta che l'attesa messianica del sol dell'avvenir. Meglio un centrosinistra non santo che certa destra al potere. Dico "certa destra", perché sono convinto che nei partiti di centrodestra ci siano anche dei difensori convinti dello stato di diritto. Voglio dire: con Fisichella si può ragionare. Con un Martino si può dialogare.
Per andare più nel concreto ancora. Se il suo partito non avesse scelto schierarsi con il centrosinistra sapendo che c'era un accordo con la lista civica di Gigli, se non avesse scelto di entrare in giunta, l'assessorato alla formazione sarebbe stato occupato da qualcuno del centrodestra. Per il semplice fatto che avremmo perso. Ora e solo ora il suo partito ha la possibilità, nel concreto, e non nel mondo delle idee, di incidere sulla realtà delle scelte di governo. Certo si può pensare che si può incidere con i movimenti, le lotte e questo è perfettamente vero. Ma se si è all'interno del paradigma democratico -liberale, non si può non fare i conti con la gestione concreta del potere.
In caso contrario bisogna, a mio modesto parere, esser chiari e dire nero su bianco che si sta lavorando per sovvertire la struttura e i fondamenti stessi dello stato repubblicano e si pensa alla rivoluzione. Posizione intellettuale, pur sempre legittima, ma che è, a me pare, non solo fuori dalla storia, ma levatrice dei peggiori momenti delle storia del Novecento.
Non credo che si possa far finta che il secolo scorso non si sia caratterizzato per aver regalato all'umanità due forme di totalitarismo feroci.
E non si può far finta che tutto quello che sta a destra sia la stessa cosa. A rimetterci, mi creda, sarebbero ancora una volta quei poveri di cui lei parla.
Un'ultima battuta. In politica si è costretti ad operare con gli strumenti poveri degli esseri umani. Strumenti spesso imperfetti. Ma nessuno è più pericoloso, come spiega Popper, di chi "santo" vuole portare il paradiso in terra. Sono storie che abbiamo già visto. Abbiamo già dato... verrebbe da dire.
Cordialmente
Carlo Galeotti