Viterbo - I risultati del 5° rapporto sulleconomia presentati dalla Camera di Commercio Palombella: Il modello di sviluppo Tuscia Viterbese proiettato nel futuro
Viterbo 10 maggio 2005 - ore 0,10 - Senza filtro -In occasione della Terza Giornata delle Economia, promossa da Unioncamere, la Camera di Commercio di Viterbo lunedì 9 maggio ha presentato il 5° Rapporto sullEconomia della Tuscia, realizzato con la collaborazione dellistituto di ricerca scientifica Guglielmo Tagliacarne. Allincontro, svoltosi nella nuova Sala convegni dellente camerale, sono intervenuti i massimi rappresentanti istituzionali, i responsabili delle Associazioni di categoria, gli operatori economici e del mondo del lavoro, studenti universitari e delle scuole medie superiori.
Dal Rapporto emerge chiaramente ha dichiarato Ferindo Palombella, presidente della Camera di Commercio di Viterbo la possibilità di cominciare a parlare di modello di sviluppo Tuscia, basato su una crescita endogena, grazie alla crescente attenzione alla qualità e alla sostenibilità ambientale da parte delle imprese viterbesi, che di fatto ha portato alla definizione di un approccio integrato con i classici obiettivi strettamente economici. Un modello di sviluppo capace di resistere a una crisi congiunturale come quella del 2004 e di guardare con ottimismo al futuro soprattutto se si punterà sulle reti di imprese e sulla concertazione con i diversi soggetti istituzionali e non.
Il Rapporto sullEconomia della Tuscia Viterbese è stato illustrato da Luigi Pieraccioni, consulente scientifico dellIstituto Tagliacarne, partendo dallanalisi della struttura economica della provincia di Viterbo e proseguendo con unanalisi congiunturale dei vari settori economici per il 2004 ed il 2005. Significativo il confronto che ne è seguito con i rappresentanti delle Associazioni di categoria, i quali hanno toccato gli aspetti critici e le possibili di prospettive future delleconomia viterbese.
Di seguito viene riportata una sintesi del Rapporto con analisi del PIL, del sistema imprenditoriale, degli scambi con lestero, del mercato del lavoro, della dotazione infrastrutturale, il settore agricolo, lartigianato, approfondimento sul commercio.
5° RAPPORTO SULLECONOMIA DELLA TUSCIA VITERBESE
Sintesi
Il 5° Rapporto sullEconomia della Tuscia Viterbese è stato realizzato, come di consueto, partendo dallanalisi della struttura economica della provincia di Viterbo e proseguendo con unanalisi congiunturale dei vari settori economici per il 2004 ed il 2005. Sono stati analizzati nel dettaglio alcuni settori, tra i quali: quello agricolo, quello turistico e quello artigianale, mentre per il commercio è stato fatto un approfondimento mirato ad analizzare il settore nei suoi vari aspetti e soprattutto in riferimento allapplicazione della riforma del commercio del 1998. Da questindagine sono scaturite alcune riflessioni che sono state sintetizzate per argomenti.
UN MODELLO DI SVILUPPO BASATO SULLA CRESCITA ENDOGENA
La principale novità scaturita dallanalisi economica svolta dallOsservatorio Economico Provinciale della Camera di Commercio è da rintracciarsi nel peculiare modello di sviluppo basato su una crescita endogena di alcuni fattori presenti sul territorio della Tuscia.
La crescente attenzione alle problematiche qualitative e di sostenibilità ambientale da parte delle imprese viterbesi ha portato, difatti, alla definizione di un approccio integrato con i classici obiettivi strettamente economici.
In unottica di marketing territoriale, lo sviluppo locale è sempre più rappresentato dalla massimizzazione delle filiere dei prodotti tipici della Tuscia. Nello specifico emerge positivamente il dato riguardante il valore aggiunto del turismo (3,4%) che colloca la provincia viterbese al 57° posto della graduatoria nazionale. Anche la filiera agroalimentare sta mostrando importanti effetti nelleconomia della provincia: le esportazioni del comparto nel 2004 segnano una variazione positiva rispetto allanno precedente del +68,5%.
In termini di valore aggiunto totale questo modello di sviluppo integrato sembra dare i suoi frutti, facendo registrare una riduzione del gap con il valore medio nazionale di circa cinque punti.
Inoltre, nasce lesigenza di fare rete tra diverse territori, simili per caratteristiche strutturali ed economiche, costituiti a loro volta da una rete di imprese. Un esempio simile risulta quello potenzialmente attuabile tra la Tuscia viterbese e la Maremma grossetana al fine di un maggiore accrescimento di forza competitiva. Tuttavia, uno dei principali ostacoli alla coesione e allo sviluppo rimane leccessiva chiusura rispetto ai mercati internazionali: il viterbese rappresenta l84a provincia in Italia per propensione alle esportazioni. Altro problema è rappresentato dal basso indice di dotazione infrastrutturale, che naturalmente incide in tutti gli aspetti di natura economica e sociale, e dal, seppur crescente, basso grado di coesione territoriale.
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Lanalisi del PIL
Lanalisi della ricchezza prodotta nella provincia viterbese evidenzia una crescita ancora lenta. Nel periodo 1995-2003 si evidenzia un incremento annuale pari al +3,3%, ritmo basso ma caratterizzato da una decisa accelerazione superiore alla media regionale e nazionale, avvenuta nel biennio 2002-2003. Fatto 100 il dato Italia, Viterbo ha registrato un valore dell83,7 nel 2003 contro il 78,7 del 2000, ciò significa che il gap con il valore medio nazionale si è ridotto di 5 punti percentuali. Il modello di sviluppo che ha contrassegnato leconomia locale riflette i percorsi di crescita attraversati dai diversi comparti del sistema produttivo provinciale. Lapporto principale alla formazione del PIL provinciale è costantemente determinato dai servizi, rappresentando il 70,6% delloutput totale. Segue lindustria (22,8%) e in ultimo lagricoltura che si è caratterizzata nellultimo periodo per un leggero calo fisiologico, e rappresenta il 6,6% della ricchezza totale prodotta nella provincia.
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Il sistema imprenditoriale
Il movimento anagrafico delle imprese della Provincia di Viterbo, per lanno 2004, mostra con chiarezza un buon andamento, alimentato sia dal saldo positivo tra imprese nate e imprese cessate sia da una buona dinamica imprenditoriale dal punto di vista qualitativo. Lispessimento del tessuto imprenditoriale consente, quindi, di guardare con maggiore ottimismo allaffidabilità e alla buona tenuta del sistema produttivo locale.
Tra i settori più dinamici spicca il settore delle costruzioni, con un tasso di crescita pari al + 2,4%, e del commercio (+0,62%), ma la ripresa è attribuibile anche a molti comparti dei servizi quali quello delle attività immobiliari, noleggio, informatica e ricerca (+1,8%) e dellistruzione (+1,33%).
Nel complesso, lanalisi della demografia imprenditoriale ha, quindi, evidenziato una rilevante crescita del tessuto produttivo della provincia definita da un tasso di sviluppo che, al netto del settore agricolo, da +0,9% del 1997, è salito a + 2,3% nel 2004 per effetto di una tendenziale crescita sostenuta del tasso di natalità, cui si è associata la flessione più concreta del tasso di mortalità.
Da evidenziare, inoltre, il fenomeno delle trasformazioni aziendali che continua a rafforzare il tessuto imprenditoriale in termini di complessità e strutturazione organizzativa. Si assiste, difatti, ad una costante espansione delle società di capitale a scapito delle ditte individuali a conferma di un orientamento da parte delle imprese più strategico e competitivo. Le società di capitali sono aumentate, dalla fine del 1999 alla fine del 2004, del 49,5%, portando il peso percentuale di queste imprese all8,6% del totale.
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Gli scambi con lestero
Il 2004 segna una forte ripresa delle esportazioni per Viterbo e provincia. Lincremento evidenziato nel 2004 dalla provincia di Viterbo (+13,8%) è molto più elevato dei risultati conseguiti dal Lazio (+4,2%) e dallItalia (+6,1%). Si evidenzia, in particolare, un notevole avanzo commerciale rappresentato da un elevato tasso di copertura pari al 145%. Questultimo, evidenziando una prevalenza delle esportazioni sulle importazioni, colloca la provincia di Viterbo decisamente al di sopra del valore regionale. Tuttavia, spostando lo sguardo sullandamento del tasso di apertura, si delinea limmagine di un sistema produttivo locale decisamente chiuso, rispetto alla regione di appartenenza. Negli anni il tasso di apertura passa da un 9,5% del 1995 a 11,3% del 2001 per poi risultare nuovamente in frenata nel 2003. La scarsa rilevanza che i rapporti con lestero assumono per leconomia provinciale, viene ulteriormente formalizzata dallanalisi della propensione allexport che per il territorio viterbese, nel 2003, registra un valore piuttosto contenuto (5,4%), superato di gran lunga dal valore medio del Lazio (8,3%) e dellItalia (21,7%).
Lanalisi settoriale evidenzia il manifatturiero come comparto più attivo nellesportazione di merci 2004. Il settore rappresenta, infatti, l86,5% dellexport provinciale, con al suo interno la vendita di prodotti ceramici, collegati al principale distretto produttivo della Tuscia, con un peso percentuale del 45,4%. In costante crescita anche le esportazioni nel settore agricolo (+97,7%) ed alimentare (+47,3%), che insieme rappresentano il 25,2% delle vendite totali allestero.
In tale scenario laumento delle esportazioni provinciali ha riguardato in maggior misura le vendite dirette verso lEuropa (+20,8%), lAsia (+6,4%) e lOceania (+8,3%). Nello specifico, tra i principali paesi europei di destinazione emergono Francia, Spagna e Germania. Dallaltro lato, si registra una contrazione del flusso di merci verso il continente americano (-1,7%) e soprattutto africano (- 42,2%).
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Il mercato del lavoro
Nel 2004 è stata utilizzata una nuova metodologia di rilevazione delle forze di lavoro denominata Rilevazione Continua delle Forze di Lavoro (RCFL), in linea con quanto stabilito dagli standard europei, che non permette un corretto confronto temporale ma solo spaziale.
Lanalisi evidenzia un dinamica positiva negli ultimi anni con un aumento delloccupazione e corrispondente diminuzione della disoccupazione. Il mercato del lavoro viterbese registra, per lanno considerato, un tasso di attività che si attesta al 60,2% posizionando la provincia al di sotto della media regionale (63,6%) ma al terzo posto rispetto alle altre province del Lazio, dopo Roma e Rieti. Più confortante è il raffronto con il dato nazionale (62,5%) con un divario comunque importante che sfiora i due punti percentuali. Spostando lattenzione sulla domanda di lavoro, si noti come il tasso di occupazione raggiunge il 55,1%; come per il tasso di attività, dai confronti regionali, la provincia di Viterbo occupa il terzo posto rimanendo al disotto della media del Lazio (58,5%) e dellItalia (57,4%). Dallaltro canto, lanalisi del tasso di disoccupazione, pari all8,3%, supera leggermente il corrispettivo regionale (7,9%) e nazionale (8%), registrando comunque unimportante contrazione di questo gap che nel 2003 era di 1,4 punti percentuali. A livello settoriale si registra sempre una concentrazione, anche se in leggero calo, nel settore agricolo e soprattutto in quello dei servizi. Dal confronto territoriale la provincia di Viterbo evidenzia una composizione settoriale delloccupazione che si discosta solo parzialmente da quella registrata per il Lazio e dal resto dItalia. Il settore terziario rappresenta comunque il fulcro delleconomia provinciale (il 77,5% del totale è occupato nei servizi), il peso ricoperto dal settore agricolo (4,1%) è notevolmente superiore al corrispettivo regionale (1,8%). Per lindustria, invece, lincidenza in termini di occupati è del 18,4%, inferiore di solo un punto percentuale al Lazio, ma entrambi i risultati distanti rispetto al dato medio nazionale pari a 30,7% nel 2004.
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La dotazione infrastrutturale
Dallanalisi degli indici di dotazione infrastrutturale, che forniscono una misura della condizione quali-quantitativa della rete infrastrutturale economica e sociale, si evidenzia come nel 2004, la regione abbia conseguito un valore dellindice generale (146,2) superiore sia alla media nazionale che a quella del Centro Italia (118,4) ed in miglioramento qualora lo si consideri al nettodella dotazione portuale (156,5). Questo risultato è imputabile, essenzialmente, al buon assetto della provincia di Roma (196,6) che, ad esclusione dei porti, presenta tutti valori superiori al dato nazionale, mentre nelle altre realtà territoriali si configurano scenari alquanto diversificati ma che denunciano, comunque, una carenza infrastrutturale rispetto a quella rilevata per lItalia nel suo complesso.
Per la provincia di Viterbo, lindice generale pari a 89 (Italia=100), risulta positivamente influenzato, anche se sovrastimato, dal buon supporto fornito dalla rete ferroviaria (205,4) e aeroportuale (132,7), (naturalmente la buona performance di questi indici è dovuta soprattutto alla direttrice RomaMilano che solo parzialmente risulta utile ed utilizzata dalla provincia di Viterbo e dalla dotazione qualitativa aeroportuale che per ora è limitatissima e conseguentemente risulta quasi nullo limpatto sul territorio), mentre denuncia una scarsa presenza di strutture e reti per la telefonia e la telematica (41,2), ma anche di reti bancari e di servizi vari (46,1), che mantengono lindice di dotazione di infrastrutture economiche (96,1) al di sotto del valore medio nazionale. Anche lindice di dotazione di infrastrutture sociali rimane contenuto (71,5) vista la carenza di strutture sanitarie, culturali e ricreative presenti nel viterbese.
Peggiorano le condizioni riguardanti la rete stradale, il cui indicatore da 79,6 del 1999 è passato a 75 nel 2004.
Altro punto a sfavore è rappresentato dagli impianti e dalle reti energetico-ambientali, presentando un indicatore pari a 84,1 che nel 2004 continua a rimanere al disotto del dato medio regionale e nazionale.
La provincia è, quindi, chiamata ad una forte politica di investimento infrastrutturale che dovrebbe portare elementi essenziali per la migliore competitività del territorio.
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Il settore agricolo
Il comparto agricolo rimane per la provincia viterbese uno dei settori trainanti, evidenziando un numero di addetti pari al 4,1% degli occupati, contro un dato regionale dell1,8%, questo nonostante le svariate vicissitudini che hanno caratterizzato il comparto viterbese negli ultimi anni quali: alluvioni, lingua blu, mucca pazza, siccità e gelate. In particolare, tale realtà dei fatti, colloca Viterbo all11esima posizione nella graduatoria nazionale per lincidenza dellagricoltura sul valore aggiunto (6,6%).
Analizzando il tessuto imprenditoriale del settore agricolo si evince nella provincia viterbese una presenza di oltre 14 mila imprese, con una consistenza percentuale che nel 2004 sfiora il 43% delle imprese totali.
Lincidenza principale è, tuttavia, data dalle imprese agricole appartenenti al comparto della coltivazione di frutta ed altre colture arboree (44,2%), seguono le imprese afferenti la coltivazione di cereali e altri seminativi (31,2%) e le imprese dedite allallevamento di bestiame (7%). Tra le coltivazioni più qualificate della Tuscia spiccano per importanza quelle vitivinicole (4,9% della produzione lorda vendibile), che si è guadagnata ben sei DOC e due Igt, e quella olivicola (5% della PLV) con una DOP riconosciuta ed unaltra in fase avanzata di approvazione. Di gran pregio anche la produzione delle nocciole (20,6%). Nel settore zootecnico è di gran rilievo lallevamento del bestiame e la produzione del latte che contribuiscono notevolmente alla tipicità della Tuscia.
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Il settore turistico
Dallanalisi del valore aggiunto settoriale, la provincia di Viterbo conferma i segnali indicativi, posizionandosi al 57esimo posto nella graduatoria nazionale per incidenza del valore aggiunto del turismo sul totale provinciale (3,4%), superando anche il dato medio regionale (3,1%) e anticipando due province laziali quale Rieti ma soprattutto Roma che va ad occupare la 70-esima posizione a livello nazionale con una quota pari al 3%.
In riferimento allanalisi del tessuto imprenditoriale turistico della Tuscia, gli ultimi dati a disposizione fanno emergere una crescita di imprese turistiche nel periodo 2000-2004 che supera il 9% contando, in questo ultimo anno, circa 1.283 imprese impegnate a vario titolo nella ricettività, nella ristorazione e nella somministrazione.
Tuttavia, per il viterbese rimane ancora contenuto il numero di campeggi e aree attrezzate rispetto alle altre province della regione; un segno incoraggiante è invece rappresentato dalla discreta concentrazione di bed & breakfast e soprattutto di agriturismi con un passaggio da 31 a 76 unità negli ultimi quattro anni.
Il turismo nella zona del viterbese, comunque presenta ancora delle potenzialità inespresse, nonostante lottimo posizionamento dato dalla vicinanza di Roma capitale, con il porto turistico di Civitavecchia e con le regioni di Umbria e Toscana. Negli ultimi anni, pur faticosamente, si è cercato un nuovo approccio al turismo anche attraverso una mini rivoluzione di tipo culturale. Attraverso la partecipazione a fiere e manifestazioni, quale ad esempio la Bit 2005 (Borsa Internazionale del Turismo) di Milano, si è valutata la possibilità di diffondere le diverse peculiarità turistiche della Tuscia. Si comprende, difatti, come per il territorio viterbese sia molto più corretto parlare di turismi in conseguenza della diversità di ambienti e di culture. Il potenziale della Tuscia potrebbe essere ben espresso dalle possibilità di diversificazione e valorizzazione turistica. Lenogastronomia, il turismo sostenibile, il turismo artistico e culturale, il turismo termale e del benessere rappresentano, infatti, leve strategiche insite nel territorio viterbese, veri punti di forza da sviluppare e monitorare; daltro lato, i punti di debolezza possono essere rintracciati sicuramente nella scarsa capacità ricettiva e nellinefficiente dotazione infrastrutturale.
In un tal contesto, il nuovo approccio al turismo andrà orientato verso una logica di marketing territoriale, con unattenzione particolare rivolta allambiente circostante, ai prodotti tipici, allintrattenimento e alle tradizioni culturali. Questo perché è lintero territorio che risulterà coinvolto nel progetto turistico locale secondo il principio dellindustria dellaccoglienza.
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Lartigianato
Nel 2004 si assiste ad una continua crescita delle imprese artigiane viterbesi con un saldo attivo di 124 unità arrivando a 8.049 imprese (20,6% del totale delle imprese).
La variazione registrata negli ultimi quattro anni evidenzia un incremento di imprese del 4,5%, portando così Viterbo a posizionarsi seconda in graduatoria rispetto alle altre province laziali.
Relativamente alla forma giuridica, le imprese artigiane del viterbese sono rappresentate per l80% da ditte individuali e solo per il restante 20% da forme societarie, in maggioranza società di persone. Si evidenzi, comunque, la crescente costituzione di società di capitale, passate dalle 9 unità del 2000 alle 142 del 2004.
La maggiore concentrazione di imprese artigiane si evidenzia nel settore edile (43%) e nel settore manifatturiero (24,8%), seguono le imprese dedite ai servizi pubblici sociali e personali (10,3%), al commercio (9,1%), e in ultimo le imprese di trasporti e comunicazione (6,2%).
Dallanalisi del valore aggiunto, si rileva che la provincia laziale a maggior vocazione artigiana è proprio Viterbo, con un 13,2% di contributo alla formazione del reddito.
Tuttavia, esaminando gli ultimi dati disponibili lartigianato viterbese ha vissuto nel recente passato momenti di crisi a causa di perdita di competitività, sia in termini di ricchezza prodotta (var. 2002/1995: -5,2%), che in termini di occupazione (var. 2002/1995: -7,2%). Tale periodo risulta evidentemente caratterizzato da una crisi del sistema economico complessivo, che nel 2002 ha raggiunto i minimi storici, e da uninfluenza non propriamente positiva, sempre in quegli anni (1995-2002), delledilizia e dellartigianato ceramico di Civita Castellana.
Il contesto congiunturale nazionale sembra piuttosto debole, il rallentamento è dovuto sia a fattori di tipo congiunturale (debolezza della crescita europea dove è proiettato circa il 60% dellexport) che di tipo strutturale con la perdita di competitività del Made in Italy, accompagnato da una contrazione dei consumi interni e degli investimenti.
Per quanto riguarda la situazione provinciale, analizzata su un campione di 500 imprese, si evidenzia uno scenario, per il 2004, abbastanza sfavorevole che sembra però migliorare nel 2005. Nonostante la fase congiunturale non propriamente positiva loccupazione tiene, anche grazie alla crescita delloccupazione atipica.
Le aziende manifatturiere indicano una caduta della produzione e del fatturato attribuibile prevalentemente al comparto tessile/abbigliamento e legno/mobilio; per contro, soprattutto il comparto estrattivo, ma anche lalimentare ed il ceramico, hanno compensato con i loro buoni risultati la difficile situazione attraversata dal settore manifatturiero. Relativamente al comparto ceramico va, però, osservato come il positivo andamento dei principali indicatori di performance sia da attribuirsi alla componente di aziende specializzate nei sanitari e arredo bagno in quanto quelle della stoviglieria sono entrate da tempo in una situazione di grossa sofferenza.
Il settore industriale nel complesso rimane comunque problematico, non riuscendo a modificare la traiettoria pur con alcune sollecitazioni del settore edile, in ripresa nel 2004.
Lo scenario relativo al 2005 sembra essere caratterizzato da un diffuso miglioramento per il settore manifatturiero grazie, in particolare, alle imprese del comparto estrattivo, del legno/mobilio e alimentare; sfavorevoli rimangono, invece, le indicazioni delle imprese del tessile/abbigliamento.
Nel 2004, le imprese del commercio e le aziende che offrono servizi alle persone segnalano una forte contrazione sia della produzione che del fatturato aziendale, mentre per il 2005 le previsioni sembrano meno pessimistiche anche se ancora negative con degli spunti di positività nel comparto dei servizi alle persone.
Analizzando i singoli comparti cè da evidenziare che quello alimentare, pur caratterizzato da una predominanza di giudizi stazionari, presenta, per il 2004, un gruppo non trascurabile di aziende che dichiarano indicatori congiunturali in area positiva, in particolar modo in relazione alle esportazioni, mentre risulta stazionaria loccupazione. Per il 2005 è attesa una crescita degli ordini e del fatturato ed un clima di maggiore ottimismo. Positive anche le previsioni per quel che riguarda il fatturato esportato e si prevede anche un leggero miglioramento occupazionale.
Il settore del tessile e dellabbigliamento della provincia di Viterbo, si conferma in crisi anche per il 2004. Lanalisi dei dati, ottenuta tramite le risposte degli imprenditori, mostra una congiuntura negativa che coinvolge sia le imprese che il mondo del lavoro, infatti sembra si stia sostituendo parte delloccupazione stabile con quella atipica. Il 2005 sembra essere contraddistinto da una leggero miglioramento. Le attese per lanno in corso, anticipano ancora saldi negativi tra le risposte in aumento e diminuzione, ma aumenta la quota di imprese che ripone nel 2005 una maggiore speranza nel miglioramento della consistenza degli ordinativi, dellattività produttiva e la ripresa del giro daffari. In tale contesto, il mercato del lavoro si trova in una fase di decisa stazionarietà.
Anche per il legno e mobilio la situazione 2004 è molto simile a quella del tessile con peggioramenti a livello di fatturato e ordinativi, loccupazione fissa risulta stabile mentre quella atipica viene dichiarata in leggera crescita. Il 2005 è un anno che può essere considerato di ripresa: limitate le imprese che prevedono una riduzione dei principali indicatori congiunturali, mentre si amplificano le aspettative di miglioramento. In particolare, aumentano gli ordinativi aziendali, e questo ha prodotto un maggiore ottimismo da parte degli imprenditori che credono in un 2005 di effettiva ripresa sia per lattività produttiva che, prevedibilmente, per il fatturato aziendale. La difficile congiuntura attraversata dal comparto nel 2004 è stata ulteriormente appesantita dalla mancanza di un gruppo di imprese export-oriented, che ha ridotto la possibilità di trarre beneficio dal commercio con lestero. La limitata o, in molti casi, la mancanza di attività sui mercati esteri da parte delle imprese del legno/mobilio deve essere ricondotta alla ridotta dimensione dell'azienda che limita lorientamento su nuovi mercati di sbocco.
La tendenza generale dellindustria del settore estrattivo di Viterbo sembra sempre contraddistinta da unaccelerazione lenta ma costante, solo la percentuale di fatturato esportato rallenta leggermente. Anche loccupazione sia fissa che atipica segna un leggero progresso. Per il 2005 viene indicata dagli imprenditori una crescita vigorosa, con unaccelerazione decisa dellexport e degli altri indicatori congiunturali. Loccupazione, in particolare quella fissa prosegue il progresso che ha caratterizzato il 2004.
Il comparto metalmeccanico nel 2004 ha registrato dei volumi produttivi in leggero calo. La produzione ed il portafoglio ordini sono caratterizzati da una considerevole stabilità (60% degli intervistati) ma con un 25% di aziende che ne dichiara una contrazione. Le attività di vendita sembrano rivolte essenzialmente al mercato interno che ha causato la performance. Il 2005 rileva una situazione sostanzialmente stazionaria pur rilevando dei lievi saldi positivi su tutti gli indicatori congiunturali, compresi quelli relativi alloccupazione, in particolare quella atipica.
Per il settore della ceramica, nel suo insieme, il 2004 è stato un anno contraddistinto da un trend ascendente stabile. Pur registrando una leggera contrazione degli ordinativi complessivi delle aziende, lattività produttiva mostra comunque una cauta ripresa (35% delle aziende); a ciò ha avuto seguito una ripresa del giro daffari aziendale segnando un saldo positivo. Sulla sostanziale tenuta della produzione e del fatturato e sulle previsioni di crescita dellexport, va osservato come sia larredo bagno il traino delle esportazioni del settore e più in generale della produzione complessiva del comparto, dal momento che da tempo ormai la stoviglieria presenta un costante declino, con la contestuale fuoriuscita di diverse aziende dal mercato e lespulsione di addetti.
Osservando, a tal proposito, i livelli occupazionali complessivi del comparto si nota come nel 2004 il numero degli occupati fissi ha subito una lieve flessione, mentre nello stesso periodo di riferimento la componente atipica del lavoro è risultata completamente stabile. Una spiccata propensione allexport del comparto ceramico, confermata da una rilevante ripresa del fatturato legato alle attività svolte dalle imprese del comparto sanitari export-oriented (saldo pari a +12%), conferma lattenzione del comparto oltre che sul mercato locale e nazionale anche sui mercati esteri, dinteresse per lo sviluppo competitivo.
La situazione economica del comparto presentata per il 2004 a livello locale trova pieno riscontro nel 2005, periodo in cui si prevede una forte stazionarietà degli indicatori congiunturali per il comparto in generale, anche se segnali positivi provengono dallarredo bagno che continua a mantenere vivace il ritmo di crescita del comparto. In particolare, anche in questo caso, pur prevedendo stabili i risultati relativi agli ordinativi, la produzione e il fatturato evidenziano saldi positivi, così come il fatturato export che mostra dei segnali positivi di previsione, rafforzando le già buone risultanze registrate nel 2004.
Il settore edile ha evidenziato, per il 2004, una situazione di stazionarietà, dichiarata da oltre la metà delle aziende edili, accompagnata da saldi positivi relativi a tutti gli indicatori congiunturali analizzati. Il fatturato (pur con un tasso di crescita inferiore a quello del 2003) e gli ordinativi hanno fatto registrare segnali positivi, i quali hanno contribuito alla crescita delloccupazione stabile. Per il 2005, si incrementa notevolmente il numero delle aziende che prevedono una situazione congiunturale piuttosto stabile, ma non mancano le aziende che dichiarano una ripresa degli indicatori. Sostanzialmente assenti le imprese che prevedono dei peggioramenti. Questa situazione si riflette sul mercato del lavoro, dove accanto ad una forte stazionarietà si prevede ancora un leggero incremento delloccupazione stabile.
La performance negativa del settore dei servizi evidenziata nel 2003 sembra essere peggiorata nel 2004, per la totalità degli indicatori esaminati. Scendendo nel dettaglio delle singole attività che compongono la macrovoce, si nota come lanalisi dettagliata dei principali indicatori del settore del commercio per il 2004 evidenzi come le attività della provincia di Viterbo risentano della congiuntura sfavorevole che aleggia a livello di comparto. Lanalisi dei principali indicatori conferma, infatti, uno scenario che manifesta una sofferenza già emersa nel corso del 2003. Per quanto riguarda loccupazione si prevede una sostanziale stabilità.
Per il 2005 il settore commerciale risulta ancora in affanno ma con risultati congiunturali in miglioramento. Viene previsto negativo ma in miglioramento sia il saldo degli ordini sia quello della domanda di servizi e del valore dellattività. I livelli occupazionali si confermano stabili, con una leggera flessione relativamente a quella atipica.
Anche le aziende che offrono servizi alle persone hanno risentito della situazione congiunturale, evidenziando un andamento negativo del trend già evidenziato nel 2003. Nel 2005 la situazione sembra migliorare. Gli indicatori congiunturali registrano dei saldi positivi, che secondo le previsioni degli imprenditori, porteranno verso la fine dellanno al raggiungimento di performance positive.
5° RAPPORTO SULLECONOMIA DELLA TUSCIA VITERBESE
Approfondimento sul commercio
I dati che emergono per le imprese commerciali della provincia di Viterbo, coerentemente con le tendenze rilevate a livello nazionale, sono piuttosto negativi. Infatti ben il 59% delle imprese dichiara di avere conseguito nel 2004 un fatturato inferiore allanno precedente e solo il 9,6% di averlo incrementato. La posizione delle imprese della Grande Distribuzione Organizzata (G.D.O.) è leggermente migliore, sebbene in questo ambito ben il 42% delle imprese intervistate abbia subito una riduzione del fatturato e solo il 20% abbia raggiunto risultati migliori rispetto al 2003. Previsioni migliori per il 2005 dove solo il 19% ritiene che subirà un decremento del giro daffari mentre l11% pensa di migliorare il fatturato (il 15% nella G.D.O. ed il 20% nellingrosso).
La flessione del giro daffari non ha determinato nel breve periodo una diminuzione del numero di occupati fissi: la grande maggioranza delle imprese (93%) ha mantenuto costante lorganico; fanno eccezione il 20% delle imprese della G.D.O. che ha ridotto lorganico e il 10% che lo ha aumentato.
Tra i fattori critici indicati dalle imprese spicca la diminuzione della domanda, che influenza negativamente i risultati della gestione per circa l80% delle imprese. Nella prospettiva delle PMI commerciali la concorrenza esercitata dalla G.D.O. viene considerata una minaccia competitiva considerevole: ben il 47,6% ritiene che la sua influenza sia elevata ed il 27% di livello medio. Il dato risulta più incisivo nel settore Food, tuttavia anche nel Non food le imprese che subiscono la pressione competitiva della G.D.O. sono numerose a testimonianza che la Rivoluzione Commerciale e la diffusione delle formule distributive moderne stanno progredendo anche in questo settore. Anche i rapporti con i fornitori sono considerati come un fattore critico: per il 7,9% linfluenza sulla gestione è alta, mentre per ben il 65,1% è media. Il costo del lavoro, invece, non costituisce un fattore particolarmente rilevante, forse anche per lelevata incidenza di forza lavoro familiare nellattività commerciale.
Altri elementi indagati concernono i vincoli di carattere istituzionale (fiscale, amministrativo) e finanziario. Comprensibilmente gran parte delle imprese (50,8% alto livello di criticità e 28,6% medio livello di criticità), anche se minore rispetto allaltro aspetto, considera lattuale livello di pressione fiscale eccessivo e reputa che ciò costituisca un limite alle prospettive di investimento e di sviluppo. Una buona percentuale del campione (9,5% alto e 19% medio) ritiene che anche linsieme degli adempimenti burocratici ed amministrativi sia un problema gravoso per la gestione di una PMI.
Infine, si può osservare come il rapporto con il sistema finanziario non sia particolarmente felice; segnatamente, con riferimento ai costi bancari e finanziari, essi costituiscono un fattore particolarmente critico per circa un terzo delle imprese (31,7%).
Per quanto riguarda la domanda si è indagato in primo luogo in che modo la diminuzione generalizzata del potere dacquisto abbia influito sullattività dellimpresa; il risultato dellindagine in merito è chiaro: ben il 65% delle imprese sostiene che tale influenza sia stata negativa.
Una ulteriore modificazione sul fronte della domanda riguarda lo spostamento delle preferenze dei consumatori verso canali o formule distributive differenti (moderne); anche su questo tema è rilevante la quota delle imprese (61,9%) che sostiene che tale fattore abbia un impatto negativo sulla gestione.
Con riferimento al comportamento dacquisto, le PMI commerciali danno testimonianza dei principali cambiamenti in atto. La prima chiara indicazione riguarda la maggiore sensibilità al prezzo, sottolineata da ben il 77,8% delle imprese come una evoluzione importante; correlata a tale tendenza è la crescente preferenza accordata alle marche economiche. Una discreta quota di consumatori ripone una maggiore attenzione alla qualità dei prodotti, mentre risulta ancora modesta la sensibilità verso la sicurezza e il rispetto ambientale dei prodotti.
Le PMI alimentari sentono fortemente la concorrenza degli Ipermercati e supermercati e in misura leggermente minore quella dei discount. Nel Non food la formula distributiva ritenuta più temibile dal maggior numero di operatori è il Centro Commerciale, seguita a distanza dai Grandi Magazzini e dalle Grandi Superfici Specializzate.
Un fattore interessante da valutare è la percezione dellimpatto delle novità derivanti dallapplicazione della Riforma sul commercio, con particolare riferimento alla liberalizzazione delle licenze e allallungamento degli orari di apertura.
Una parte piuttosto significativa di operatori (50,8%) ritiene che la liberalizzazione delle licenze abbia influito negativamente sulla propria attività, mentre marginale è la quota che pensa che labbattimento dei vincoli amministrativi lo abbia favorito (4,8%). Evidentemente la maggiore concorrenza che scaturisce dalla liberalizzazione determina pressioni competitive che non sono sempre benvenute, soprattutto da quelle imprese che si trovavano in condizioni di fatto protette.
In merito agli orari di apertura il giudizio delle PMI commerciali è meno severo: la grande maggioranza valuta la maggiore flessibilità in modo neutrale, mentre una piccola parte ritiene di essere favorita (7,9%) ed una parte maggiore (20,6%) pensa di avere avuto uno svantaggio dalla nuova situazione.
Si è poi cercato di valutare la rilevanza di fenomeni illegali e criminali come labusivismo, lusura, i furti e le rapine, la criminalità organizzata, e limpatto che esse esercitano sullattività commerciale.
Il tenore delle risposte è assai differenziato nella provincia di Viterbo rispetto ai dati medi nazionali. Con riferimento allabusivismo, il 25,4% degli operatori ritiene che esso abbia un impatto pesante sullattività commerciale, mentre riguardo allusura, a furti e rapine e alla criminalità organizzata, la percezione delle imprese del campione è che linfluenza sia pressoché nulla.
Le imprese del campione sono per oltre il 90% imprese indipendenti e non aderenti ad alcuna forma di associazionismo, quindi la quota di queste che si dichiara molto favorevole alladesione a forme di associazionismo è decisamente contenuta, pari al 3,2%, cui si aggiungono coloro che si dimostrano abbastanza favorevoli, pari al 7,9%. Emerge, dunque, che solo una piccola parte delle imprese indipendenti vede lopzione delladesione ad un circuito organizzato come una risposta adeguata alle problematiche competitive del settore di appartenenza nonché coerente con la propria interpretazione del ruolo imprenditoriale. La grande maggioranza delle imprese del campione non vede di buon grado la soluzione dellassociazionismo, fondamentalmente perché non gradisce di vedere limitata la propria autonomia imprenditoriale.
Tra coloro che guardano favorevolmente (o abbastanza favorevolmente) ad una ipotesi di adesione ad una rete associativa, è ampia la consapevolezza dellimportanza che può rivestire lassociazionismo allo scopo di incrementare il potere contrattuale e ottenere condizioni dacquisto più competitive; lappartenenza ad un circuito è considerata favorevolmente anche per una semplificazione ed una riduzione degli oneri operativi connessi alle attività di approvvigionamento e per la possibilità di disporre di un assortimento in esclusiva. Minore limportanza attribuita ai benefici ottenibili sul fronte dei rapporti con il mercato, in termini di coordinamento delle attività di marketing, adozione di uninsegna comune, supporto promo-pubblicitario.
Con riferimento ai problemi di carattere burocratico-amministrativo, limportanza del supporto ottenibile dalla centrale è ritenuta poco significativa. Negli stessi termini, viene valutato poco importante il potenziale apporto del gruppo associativo sul tema delladdestramento e della formazione professionale.
A livello generale, davvero modesto è il numero di imprese che dichiara di avere in programma almeno una nuova apertura (1,6%). Minima è anche la percentuale di coloro che hanno programmato di trasferire il punto vendita (1,6%); più rilevante è, invece, lincidenza di imprese che hanno intenzione di ristrutturare il punto vendita (9,5%).
Obiettivo delle ristrutturazioni è il rinnovo delle attrezzature e degli arredi (66,7% dei casi) e in un numero più ridotto di casi lampliamento della superficie di vendita (16,7%) o la modifica del format del punto vendita (16,7%).